La crisi del design (e perché mi dà speranza).
Negli ultimi anni ho avvertito un disagio crescente. Chi mi segue lo sa, ne ho scritto più volte: quella sensazione che qualcosa, nel mondo del design, non stesse più funzionando. Camminavo tra le fiere, osservavo i lanci, seguivo i discorsi ricorrenti del settore. E sentivo che qualcosa non andava. Troppi oggetti identici. Troppa retorica vuota. Troppa distanza tra quello che il design prometteva e quello che consegnava davvero. Mi dicevo: sei tu che sei troppo critica. Così ho provato a indossare l'ottimismo, quello di chi crede che le cose miglioreranno, che i cambiamenti siano già in atto, che basti guardare nel punto giusto per trovare i segnali positivi. E poi ho letto l'articolo di Max Fraser su Dezeen: Everything that's going wrong with design. Dieci punti spietati: l'economia lineare mascherata da circolare, la sovrapproduzione (leggi troppe sedie), i contratti di royalty che sfruttano i designer, la mancanza di diversità, il lusso per pochi, le installazioni immersive vuote di contenuto. Un'analisi chirurgica di un settore che produce troppo, rischia troppo poco e si nasconde dietro narrazioni che non reggono più. L'ho letto e ho pensato: non sono la sola. Qualche giorno fa è arrivata la risposta di Anton Rahlwes su The Thing Magazine: Everything thạt's going right with design. 7 optimistic takes (an open list). Sette punti di speranza: il riconoscimento degli -ismi (razzismo, classismo, sessismo), la capacità del design di apprendere rapidamente, la fluidità della disciplina, il suo iniziare a interrogarsi sul post-capitalismo, la dissoluzione delle gerarchie tra arte-design-artigianato. E soprattutto: il design è gioioso.
Due visioni. Una diagnosi spietata, una possibilità ottimista. Ed è qui che mi sono fermata. Perché la verità, quella che sento vera per me, non sta in una delle due posizioni, ma nel movimento tra l'una e l'altra. La crisi non è solo percezione. Da qualche mese sappiamo che la Stockholm Furniture Fair non si farà nel 2026. La fiera diventa biennale, 60 licenziamenti, nessun acquirente trovato nonostante i tentativi di vendita. L'edizione che avrebbe dovuto celebrare il 75° anniversario viene cancellata. Non è una sorpresa per chi c'era. Lo scorso anno, quando sono stata a Stoccolma, l'ho sentito. La fiera era sottotono. Come altre del settore, del resto. Corridoi meno affollati, energia più bassa, quella sensazione diffusa che qualcosa si stesse sgretolando sotto i piedi di tutti noi. Ora i numeri confermano quello che molti stavano percependo: deboli performance finanziarie, dice il comunicato ufficiale. Condizioni di mercato difficili. Il passaggio al formato biennale viene presentato come una scelta strategica per allinearsi ai cicli di sviluppo del settore. Ma la verità è più semplice: il modello attuale non regge più. La Stockholm Furniture Fair è solo un sintomo. Non è un caso isolato. È la conferma che la crisi di cui parla Max Fraser non è solo una questione di pessimismo intellettuale, ma una realtà strutturale che il settore sta attraversando.
Stare nel mezzo non è compromesso. Riconoscere che il sistema del design è rotto non significa arrendersi. Credere che ci siano margini di trasformazione non significa ignorare i problemi strutturali. Stare nel mezzo significa questo: guardare la realtà con occhio critico, chiamare per nome ciò che non funziona, e allo stesso tempo cercare — progettare — gli strumenti per cambiarlo. Max Fraser ha ragione quando dice che produciamo troppo. Ma ha ragione anche Anton Rahlwes quando dice che il design è una disciplina che apprende rapidamente. Entrambe le cose possono essere vere contemporaneamente. Ed è proprio in quella tensione che si apre lo spazio per agire.
makeyourhomestudio nasce da questa consapevolezza: il design ha bisogno di uno sguardo che sia allo stesso tempo critico e costruttivo. Che non si accontenti di diagnosticare la crisi, ma che cerchi, e racconti, chi sta costruendo alternative concrete. Non è ottimismo ingenuo. Non è cinismo sterile. È la convinzione che il design abbia ancora un ruolo culturale, sociale, politico da giocare. Ma solo se accetta di mettersi in discussione. Solo se smette di nascondersi dietro la retorica della novità e inizia a chiedersi: per chi? perché? con quali conseguenze?
Non si cercano più clienti, si cercano abitanti.
Se c'è una consapevolezza che porto in questo nuovo anno è che non si cercano più clienti, si cercano abitanti. Il 2026 segna un passaggio definitivo. I brand che venderanno solo prodotti perderanno rilevanza. Le persone non cercano cosa comprare, ma dove riconoscersi. E quando dico "dove", non intendo solo spazi fisici, intendo ecosistemi di senso. Linguaggi. Posizionamenti. Scelte che si possono leggere anche in un singolo materiale, in un formato, in un ritmo produttivo. I progetti che racconto questo mese su makeyourhomestudio non sono semplici case study. Sono risposte concrete alla crisi che Fraser descrive. Sono esempi di chi ha scelto di progettare contro la logica della sovrapproduzione, della velocità, della spettacolarizzazione vuota.
Il digitale come spazio di sperimentazione autentica. Il progetto di Alise Dupont per un haussmanniano parigino dimostra che il digitale non è più solo strumento di presentazione. Diventa luogo dove esplorare equilibri cromatici, tensioni spaziali, dialoghi materici con una libertà che anticipa, e talvolta supera, la realizzazione fisica. Geometria e sensualità si incontrano prima sullo schermo, poi nello spazio abitato. La tradizione non viene replicata, viene reinterpretata con gli strumenti del presente.
La lentezza come posizione politica. Monostudio e la panca Tempesta dimostrano che rallentare non è un lusso, ma una scelta progettuale radicale. Quando il design si ricollega alla natura umana, al benessere, rifiuta la frenesia del mercato e costruisce un manifesto. Non è un prodotto. È un modo di stare nel mondo.
I vincoli come opportunità creative. Small Small Space, sette metri quadrati nel cuore di Milano, ribalta la retorica del "sempre più grande, sempre più spettacolare". Non si riempie lo spazio, lo si progetta con precisione. Ogni centimetro è una scelta. Ogni limite diventa generatore di visione.
L'equilibrio materico come percorso sensoriale. La cucina Volumeuno ci ricorda che il design non è solo forma. È una miscela di contrasti: superfici lisce e opache, materia grezza e materia rifinita, luce che assorbe e luce che riflette. Come in una ricetta preparata con cura, ogni elemento costruisce un percorso che conduce all'emozione. Il bello non è decorazione, è esperienza.
La narrativa contestuale come consapevolezza. LENTO, piattaforma multidisciplinare che riunisce chef, artisti e designer, traduce l'essenza di un luogo in una narrazione sensoriale site-specific. Ogni edizione parte dalla storia locale, dai materiali del contesto. Non impone linguaggi, li ascolta. Non replica formule, le genera dal territorio.
Questi non sono esempi isolati. Sono segnali di un cambiamento che sta già accadendo, non nelle grandi narrazioni delle fiere, non nei comunicati stampa patinati, ma nel lavoro quotidiano di chi ha scelto di progettare diversamente. Di chi ha già scelto di abitare quella tensione tra critica e possibilità, tra diagnosi e azione.