Narrazioni temporanee nello spazio.

Lento discovering Gunkan

Il sito di LentoStory si apre con un poema del 1962 di Arata Isozaki.
Parla di città destinate a consumarsi, di architetture che perdono energia e tornano materia. Non introduce un tema: stabilisce un orizzonte. Quello in cui il progetto non è chiamato a durare, ma a esistere con precisione nel tempo che gli è concesso. È un inizio che sposta subito l’attenzione: non su ciò che viene mostrato, ma su ciò che accade ai progetti, agli spazi, alle città.
Lento è uno studio culinario orientato alla ricerca che fonde arte, design e cibo in esperienze site-specific. Ma soprattutto è una piattaforma che lavora sulla temporalità del progetto: sulla sua capacità di esistere intensamente, senza aspirare alla permanenza.

Fondato nel 2024 dall’architetta Lucia Filippini, oggi a Tokyo, Lento nasce dal desiderio di tradurre storie diverse in narrazioni spaziali e sensoriali, costruite sempre a partire da un luogo preciso. Non come scenografia, ma come sistema vivo di relazioni, materiali e memorie.

Lento discovering Gunkan

Lento discovering Gunkan

LENTO DISCOVERING GUNKAN è stata una cena collettiva e un intervento spaziale realizzati sul tetto del Gunkan Building, uno dei pochi esempi superstiti del movimento architettonico metabolista giapponese. Attraverso un menu di sei portate, immaginato dallo chef Francesco Paco La Monica come una narrazione sensoriale, il progetto ha esplorato i temi della trasformazione e della mutazione. L’allestimento, curato dalla designer Gala Espel, si sviluppava come una struttura sospesa, ispirata ai concetti di adattabilità e modularità. L’artista Natalie Tsyu ha introdotto il suono come medium reattivo, attivando lo spazio attraverso sensori ed elementi cinetici capaci di tradurre le vibrazioni dell’edificio in texture acustiche. Piuttosto che fissare il Gunkan in un’immagine o in un tempo definito, il progetto ha scelto di trattarlo come un sistema vivente, invitando gli ospiti a esperirlo non come una reliquia, ma come un corpo ancora in grado di cambiare.

Lento discovering Kominka

Con DISCOVERING KOMINKA, Lento sposta l’attenzione sull’architettura vernacolare, attivandola attraverso un pranzo/mostra site-specific.Ospitato dall’artista Kazunori Hamana nella sua casa-studio e nelle risaie biologiche, il progetto si è sviluppato come un’esperienza immersiva in cui arte, design e cibo hanno operato su un piano di pari intensità. Il pittore Sante Visioni ha utilizzato una Kominka di oltre duecento anni come residenza d’arte temporanea, presentando opere ispirate agli interni carbonizzati e alla memoria dei materiali. Gli chef Francesco Paco La Monica e Niki Hattori hanno costruito un menu stagionale di sei portate a partire da prodotti locali, ingredienti raccolti sul posto e materiali naturali provenienti dalla stessa abitazione.I designer Mug Dealer — Tania Utomo e Nils Pyk — hanno contribuito con stoviglie in ceramica su misura, pensate come estensione delle superfici e delle texture grezze dell’architettura rurale giapponese.

Lento discovering Kominka

Lento discovering Kominka

Lento × Isabel Marant

L’evento esplora il gesto poetico di riportare tracce della natura all’interno dello spazio urbano: un omiage simbolico dalla campagna, trasportato in città. Radicata nei concetti di memoria, spostamento e residuo emotivo, l’esperienza prende forma attraverso materiali tattili, texture e atmosfere che evocano la lentezza dell’estate, i suoi silenzi, il calore e una morbidezza temporale, riformulati all’interno di un contesto metropolitano. La cena si configura come un paesaggio curato di frammenti decontestualizzati. Elementi naturali e grezzi, un tempo appartenenti a un ambiente aperto e selvaggio, vengono delicatamente trapiantati nello spazio urbano e reinterpretati attraverso oggetti, ricette e atmosfere. Il progetto si sviluppa così come una composizione di presenze sottili, più suggerite che dichiarate. Il concept trae ispirazione dall’idea di souvenir non come oggetto, ma come portatore di significato emotivo: qualcosa di personale, stratificato, intimo, capace di condensare esperienza e memoria in una forma temporanea.

Lento × Isabel Marant

Lento × Isabel Marant

In tutti i progetti di Lento, ciò che emerge non è l’estetica finale, ma una precisa presa di distanza dal formato. Non esistono linguaggi replicabili né soluzioni trasferibili da un contesto all’altro. Ogni esperienza è costruita come un unicum, legato a un tempo, a un luogo e a una specifica costellazione di persone. Anche le collaborazioni — tra artisti, chef, designer e brand — non funzionano come partnership, ma come alleanze temporanee, in cui il progetto rimane sempre il centro gravitazionale. Lento non cerca di imporsi.
Lavora per prossimità, per ascolto, per stratificazione. Pratiche come questa mostrano un’altra possibilità: usare design, cibo e arte come strumenti di lettura. Non per raccontare un luogo, ma per entrarci in relazione.

Image courtesy of Lento Story

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