L’incontro con Agustina Bottoni è cominciato con un piccolo inconveniente, perché il posto in cui ci eravamo date appuntamento era chiuso. Per fortuna chi scrive di luoghi per mestiere finisce per avere un’agenda piena di indirizzi di riserva, una specie di cilindro da cui tirare fuori al momento giusto il tavolo adatto. Ci siamo spostate così da Noï, la sala da tè e studio di pilates che lo studio AIM ha ricavato in un’ex fumetteria di Moscova e di cui avevo scritto in primavera. Col senno di poi era il posto più giusto per questa conversazione, uno spazio che non cerca di stupire e che lascia tempo di stare lasciando fuori la fretta. Agustina non è un incontro nuovo. Non saprei dire da quanti anni seguo il suo lavoro, credo quasi dall’inizio, e nel tempo ci siamo viste e abbiamo chiacchierato molte volte. Quando ho pensato a Incontri per questo mese mi è venuto naturale scriverle proprio per questo: mi incuriosiva capire cosa sarebbe successo con una conversazione fatta con calma, fuori dai soliti eventi. E in effetti, sorseggiando un matcha, siamo riuscite a entrare più in sintonia sulle nostre vite, oltre che sul lavoro.
Quello che mi ha sempre colpito di lei è la corrispondenza quasi esatta tra la persona e il progetto. Agustina ha una figura minuta e un’eleganza che non ha bisogno di prendersi la scena per farsi notare, più vicina a un certo stile parigino che all’immaginario che di solito associamo al Sud America. I suoi oggetti le somigliano: delicati, precisi, con accenti molto personali che non diventano mai estrosi, ed è per questo che hanno sempre incontrato la mia idea minimalista dell’abitare. È nata a Buenos Aires, si è laureata in fashion design e ha lavorato nell’industria della moda argentina. Poi è arrivata a Milano per un master in design alla Nuova Accademia di Belle Arti e qui ha aperto il suo studio nel 2016. Da allora divide il lavoro tra progetti su commissione per aziende e gallerie internazionali e una collezione propria, prodotta in piccole serie con artigiani italiani. Racconta il suo lavora parlando di una grazia discreta che attraversa ogni progetto, ed è esattamente la definizione che avrei usato io per lei.
Pensare agli oggetti come a compagni preziosi, che trasformano con delicatezza lo spazio intorno a sé.
Agustina Bottoni
Dietro questa grazia c’è un’idea precisa del progetto. Per Agustina il design è prima di tutto un’attività umana, un modo di dare forma al mondo, e ciò che la muove è la possibilità di creare bellezza, con uno sguardo ottimista ma consapevole della complessità del presente. I suoi riferimenti vengono da un archivio costruito in anni di viaggi, fatto di architettura, scultura, oggetti vernacolari e natura, con i suoi equilibri e le sue geometrie nascoste. Il resto lo fa la sua storia. Raccontando il suo arrivo in Italia, ha detto di guardare tutto con gli occhi di una sudamericana, ed è forse per questo che attraversa le tradizioni artigianali italiane con un punto di vista nuovo.
SOSPESA — Photo-Roberto Nino Betancourt
Il progetto con cui ho cominciato a seguirla è Calici Milanesi. Sono un calice da vino, una coppa e un bicchiere da martini le cui forme geometriche nascono da Villa Necchi Campiglio, la villa che Piero Portaluppi ha costruito negli anni Trenta tra razionalismo e Art Déco. Quello che mi convince è il modo in cui il riferimento viene tradotto. La villa non viene citata come un’immagine da riconoscere, ma passa nel profilo del vetro come una disciplina, fatta di gambi netti, coppe tagliate per piani e nessuna concessione al decorativo. Poi c’è il materiale, forse la scelta più interessante di tutto il suo lavoro. Agustina non usa il vetro di Murano, che sarebbe stata la strada più ovvia per chi vuole raccontare il fatto a mano italiano, ma il borosilicato, il vetro tecnico della vetreria da laboratorio, resistente agli sbalzi termici e soffiato a mano a Milano. È a partire da questa collezione, dopo la risposta al primo prototipo, che ha costruito una rete di artigiani locali da cui oggi passa tutta la sua produzione. Sul suo sito lo rivendica come una sfida alla produzione di massa, nel rispetto dei materiali, dell’ambiente e delle persone.
La stessa logica si ritrova in Finial, la caraffa presentata a settembre, che prende il nome da un termine architettonico. Il finial è il pinnacolo che corona la cima di una guglia o di un pilastro, e qui diventa una piccola sfera di vetro pieno verde scuro, montata sul manico per aiutare la presa mentre si versa. È l’unico punto di colore dell’oggetto, e non decora ma serve alla mano. Il resto è una composizione molto chiara. Il corpo sferico costolato e il collo cilindrico ricordano un pallone da laboratorio, quasi a dichiarare la provenienza del materiale, e il manico è ricavato da un solo tubo piegato ad angolo retto, che mette la retta accanto alla curva. Finial si produce su ordinazione in tre o quattro settimane, e anche questo racconta qualcosa del suo modo di lavorare: l’attesa non è un limite del servizio, ma la conseguenza normale di un pezzo fatto a mano, uno alla volta.
Produciamo localmente, perché crediamo nel lavoro equo e nel valore del mestiere.
CAMPANULA - Photo Lillie Thompson
CALICI MILANESI
HIGH SPIRITS - Photo Lillie Thompson
FINIAL
Con il tappeto Trayecto invece, Agustina esce dal mondo del vetro ed entra in un altro linguaggio, che poi è quello da cui era partita. Trayecto è nato nel 2025 per El Espartano, storico marchio argentino, e per lei è un modo di tornare insieme al suo paese e al tessile, cioè al mondo in cui si è formata. È in lana di pecora tuftata a mano, in un beige caldo e silenzioso. Le linee, tracciate a mano, girano su sé stesse in anelli sovrapposti, e il vello è lavorato su due altezze, tagliato e bouclé, che creano un leggero effetto trompe l’oeil. Trayecto in spagnolo significa tragitto, e il tappeto si legge davvero come un percorso, per gli occhi e per i piedi. Il dettaglio più bello è il bordo, che non chiude il disegno dentro un rettangolo ma segue gli anelli, così che la forma esterna nasce dal tracciato interno. È un modo di pensare la sagoma che viene dalla moda, dove è il disegno a decidere il contorno.
TRAYECTO
Photo Pompi Gutnisky Gutnisky
Non è stato il lavoro di Agustina a guidare la conversazione, ed è la cosa che amo di più di questa rubrica e dei miei incontri: entrare nel progetto attraverso le persone, e non solo osservando l’oggetto con lo sguardo tecnico. Per me, che prima di tutto sono una creativa, è un esercizio interessante e anche formativo. Mi muove la curiosità di mettere in relazione il progetto con chi lo ha pensato, con tutto lo studio, il lavoro e a volte lo sforzo che ci stanno dietro. Siamo entrate nelle nostre vite, ci siamo raccontate i nostri percorsi di lavoro, e da lì siamo arrivate a parlare di casa. Agustina ne sta cercando una nuova, e il discorso è scivolato su un desiderio che ci accomuna: vivere in uno spazio che sia anche il luogo in cui lavoriamo, una casa che ci rappresenti e in cui stare bene anche quando diventa atelier. Non è una questione di metri quadri né di comodità. È quello che succede quando un progettista è così appassionato del proprio lavoro da farlo diventare parte integrante della sua vita. A quel punto lo spazio in cui si lavora smette di essere un ufficio e diventa un laboratorio di idee, dove gli oggetti che si disegnano convivono con quelli che si usano ogni giorno. Poi siamo arrivate a Milano e a quello che questa città ci chiede. Ci stimola, ma pretende anche che si sia sempre performative, sempre presenti, sempre pronte a mostrare qualcosa, ed è un ritmo che nessuna delle due ama davvero. Penso che la casa che troverà finirà per somigliarle, come le somigliano i suoi oggetti, che lei stessa descrive con una frase semplice: gli oggetti che vale la pena tenere nascono così.