In via Achille Maiocchi, a Porta Venezia, Dumbo non si presenta come una hamburgeria ma come un portone. Il portale in pietra di un palazzo milanese, con la chiave d'arco scolpita e il balcone in ferro battuto che gli fa da tettoia, accoglie un telaio in legno scuro inserito da Rodaa Studio, lo studio parigino fondato nel 2022 dall'architetto Rodolphe Albert. Il telaio fa insieme da vetrina, da ingresso e da bancone affacciato sulla strada, e lascia vedere fino in fondo l'acciaio della cucina, mentre l'unico segnale esplicito resta una piccola insegna luminosa a bandiera con il nome scritto in rosso. Dumbo è il brand di smash burger fondato a Parigi nel 2019 da Charles Ganem e Samuel Nataf. È partito da diciassette metri quadrati a Pigalle, dove il cibo veniva servito direttamente da una finestra sul marciapiede, e negli anni è cresciuto con quattro indirizzi parigini e due londinesi, tra Shoreditch e Soho. A Milano è arrivato prima con il pop-up al Mercato Isola e ora con questa sede stabile, aperta a ottobre insieme a Saro Pomario e Maurizio Tentella, gli stessi di Bar Paradiso e Pizza Stella. Guardare il portone di via Maiocchi pensando alla finestra di Pigalle aiuta a leggere il progetto, perché il gesto è lo stesso, un'apertura da cui il locale si lascia vedere e attraversare dalla strada, ma costruito con i materiali di un'altra città.
Il gesto è quello della prima finestra di Pigalle, un'apertura sulla strada da cui si vede la piastra. A Milano diventa un telaio in legno dentro un portale in pietra, e il fast food entra in città dalla porta di un palazzo.
All'interno lo spazio è stretto e profondo, e il progetto lo divide in due lati che non si somigliano. Da una parte il legno dell'ingresso prosegue verso l'interno e forma una nicchia profonda intorno alla vetrina, con un piano d'appoggio che corre sotto il vetro e una fila di sgabelli alti di Alvar Aalto per Artek, una seduta che ritorna negli interni del brand. Il bancone che dalla strada sembra un espositore, con il ketchup, il sale e il barattolo di pickles allineati dietro il vetro, è in realtà il posto in cui si mangia guardando via Maiocchi. Dall'altra parte l'acciaio della cucina occupa l'intera parete. Il legno è il materiale con cui Milano si allontana di più dall'immagine con cui Dumbo si è fatto conoscere. A Parigi, nella sede di Petites Écuries disegnata da Uchronia, dominano un grande bancone off-white trattato come un monolite e l'inox, mentre a Shoreditch, con lo studio londinese Red Deer, i colori sono il crema e il cromo. Rodaa aveva già portato il legno massello nella sede di Soho, accanto a piani in resina gialla e a un pavimento in cemento a vista. A Milano ne cambia il tono: la venatura diventa scura e calda, quasi rossa nella luce del pomeriggio, e il cemento lascia il posto a una graniglia chiara. È in questo passaggio che il progetto si avvicina ai caffè milanesi che dichiara come riferimento. Non lo fa con una citazione esplicita ma con due materiali che a Milano appartengono alla memoria di molti bar di quartiere e di molti androni, il legno lucido delle boiserie e la graniglia dei pavimenti. Il rischio di un'operazione come questa è il travestimento, il format internazionale che si veste da locale per farsi accettare dalla città nuova. Dumbo lo evita perché cambiano i materiali ma non il disegno, che resta essenziale, privo di decorazione e costruito per sottrazione, esattamente come il menu.
Rodaa usa a Milano la stessa famiglia di materiali delle altre sedi e ne sposta il tono: il legno si scurisce, il cemento diventa graniglia. Cambiano i materiali, non il disegno, ed è per questo che il locale si avvicina ai bar milanesi senza travestirsi da bar milanese.
Sull'altro lato la cucina è un unico volume in acciaio, chiaro nei piani di lavoro e scuro nella parte alta, una superficie lucida che riflette la luce della strada e fa da fondale alla piastra. Il progetto la tratta come una finestra sul lavoro, e in uno spazio così stretto quella che sarebbe una scelta quasi obbligata diventa il vero soggetto del locale: si entra, si ordina, si guarda cuocere. Sulla parete chiara tra i due lati c'è un menu luminoso con poche righe in rosso, due burger, patatine, nuggets e qualche bevanda, con i prezzi accanto, e la sobrietà della carta è la stessa dello spazio. In un angolo, appesa al legno, c'è una piccola fotografia incorniciata che ritrae ketchup, portatovaglioli, saliera e pickles, gli stessi oggetti allineati sul bancone a pochi passi. È un dettaglio ironico e preciso, perché dichiara che l'estetica di Dumbo non sta tanto nell'arredo quanto negli oggetti più ordinari del fast food, che il brand espone come se fossero un'opera.
Una fotografia incorniciata di ketchup, saliera e pickles, appesa a pochi passi dagli stessi oggetti sul bancone. Dumbo espone il proprio set da tavola come un'opera e dichiara dove sta davvero la sua estetica.
Uscendo, il portone resta quello che era, la soglia di un palazzo milanese, e il legno inserito al suo interno si legge come un'aggiunta misurata sul vuoto che c'era già. A Milano Dumbo non ha costruito un'immagine nuova, ha trovato una porta e l'ha usata come a Pigalle usava una finestra.
Notes from makeyourhome
→ Quando ho visto per la prima volta le foto di questo portone non avrei mai immaginato che fosse in via Maiocchi. Invece sì, è l'ennesimo posto aperto in quella via, e a questo punto comincio a pensare che ci sia un motivo. Mii sono chiesta se il locale non occupi quello che un tempo era l'androne del palazzo, il passaggio da cui si entrava nel cortile. Non ho trovato conferme, ma se fosse così spiegherebbe perché tutto il progetto si gioca sull’ingresso, e Dumbo avrebbe trasformato un luogo di passaggio in un posto in cui fermarsi, anche solo il tempo di un burger.
→ Il legno scuro accanto alle pareti chiare è la parte del progetto che sento più vicina. È un accostamento caldo che uso spesso anche a casa, e qui mi convince perché il legno lavora come una struttura e non come un rivestimento d'atmosfera.
→ Mi interessa osservare come Rodaa stia costruendo per Dumbo una famiglia di locali riconoscibili senza farne una catena identica. La domanda che mi resta è quanto questo equilibrio reggerà man mano che le sedi aumenteranno.
Ph. Valerio Gareci
Interior design: Rodaa Studio