Anonima Castelli riparte dalla piega, ma questa volta non si chiude. Diventa Ultrapiega.
C'è un filo che lega Ultrapiega, la sedia in alluminio piegato disegnata da Spalvieri & Del Ciotto per Anonima Castelli, alla storia dell'azienda che la produce, ed è un filo che vale la pena tirare prima ancora di guardare la sedia. Anonima Castelli è il marchio nato a Bologna come ebanisteria nel 1877 e oggi guidato dalla famiglia Pavan, lo stesso che negli anni Sessanta ha messo in produzione la Plia di Giancarlo Piretti, la sedia pieghevole in metallo con seduta trasparente che ha trasformato la piega in un gesto domestico quotidiano, qualcosa da fare con una mano per liberare spazio e rimettere la sedia contro il muro. Ultrapiega, presentata alla Milano Design Week 2026 nel giardino di Triennale Milano, riprende lo stesso gesto e ne ribalta il senso, perché qui la piega non serve a chiudere l'oggetto ma a costruirlo, non è un meccanismo che si attiva e si disattiva ma una condizione permanente della materia. Da un unico foglio di alluminio, attraverso una sequenza controllata di pieghe, nascono struttura, equilibrio ed ergonomia, e il processo produttivo, come lo raccontano i designer, diventa esso stesso linguaggio formale.
Photo Credit: Sebastiano Maielli
Con la Plia la piega era un movimento, qualcosa che si faceva alla sedia per farla sparire. Con Ultrapiega la piega si ferma e diventa la sedia stessa, struttura e forma nello stesso gesto.
Lo studio racconta che Ultrapiega nasce da un gesto istintivo, piegare un foglio, incidere, lasciare che la forma emerga, ed è un gesto che chiunque riconosce, quello del foglio di carta che da solo si affloscia e che, una volta piegato, riesce a stare in piedi. È un principio strutturale elementare, lo stesso che rende rigida una lamiera grecata, e Ultrapiega lo porta alla scala del corpo affidando alla sola geometria il compito di tenere insieme seduta, schienale e appoggi. Non è una strada nuova e sarebbe ingenuo presentarla così, perché la lamiera piegata come struttura attraversa tutto il progetto del Novecento, da Jean Prouvé, che della tôle pliée aveva fatto un metodo prima ancora che un'estetica, fino a Mathieu Matégot e alle sue superfici metalliche forate degli anni Cinquanta. Quello che interessa di Ultrapiega è piuttosto la riduzione, un solo foglio, un solo materiale, un numero finito di pieghe, e un processo in cui, secondo i designer, convivono impulso e misura, rapidità e tempo lungo, cioè il gesto veloce del foglio piegato a mano e il tempo lento dell'industria che deve renderlo preciso e ripetibile, con una luce che entra nei vuoti e partecipa alla costruzione dell'oggetto quanto la materia.
Photo Credit: Spalvieri & Del Ciotto
Poi ci sono i fori. Secondo i designer introducono una componente grafica e giocosa in contrasto con il rigore geometrico della lamiera, alleggeriscono visivamente la struttura e definiscono l'identità riconoscibile del progetto, ed è difficile dar loro torto guardando le immagini, dove il sole passa attraverso lo schienale e disegna sulla seduta un secondo motivo di cerchi che cambia con l'ora del giorno. Qui però il progetto si espone a una domanda legittima, perché il foro è ciò che rende Ultrapiega immediatamente fotografabile, ed è anche l'elemento più vicino a una firma decorativa, il punto in cui il rigore della piega concede qualcosa all'immagine. La scelta regge, e regge perché il disegno dei vuoti è organizzato faccia per faccia, segue i piani della lamiera e si ferma dove la lamiera cambia direzione, rendendo leggibile la geometria invece di coprirla.
Circa sette chili di peso, versioni in alluminio anodizzato o verniciato a polvere, una sedia outdoor che funziona altrettanto bene negli interni. Sono dati essenziali che dicono molto sulla natura dell'oggetto, abbastanza leggero da essere spostato con facilità e abbastanza resistente da restare all'aperto, pensato dentro una ricerca che i designer descrivono come rapporto tra precisione industriale, resistenza e durata nel tempo. Nelle immagini dal giardino le sedute chiare e quelle scure si dispongono sulla ghiaia in gruppi irregolari, orientate in direzioni diverse, come in una piazza più che in un catalogo, ed è lì che il progetto rivela la sua vocazione per lo spazio collettivo, il giardino, l'hospitality. Anche il rapporto con il corpo va letto in questa chiave, perché i designer descrivono Ultrapiega come una forma ibrida che va oltre la sedia e permette di sedersi in tanti modi, un dispositivo che gioca con il corpo in libertà innescando un corto circuito tra estetica ed efficienza. Il comfort qui non passa dall'imbottitura ma dalla libertà d'uso, e la seduta, invece di prescrivere un solo modo di stare, lascia al corpo la possibilità di trovare il proprio, in linea con un'idea di arredo da esterno più informale e condiviso.
Ultrapiega non prevede un solo modo di sedersi e lascia il corpo libero di trovare il proprio. Il comfort passa dalla libertà d'uso più che dalla morbidezza della materia.
Per la presentazione Anonima Castelli ha scelto di non limitarsi a mostrare la sedia ma di costruirle intorno uno spazio. Casa Ultrapiega è una struttura essenziale che riprende la sagoma archetipica della casa, quella che si disegna da bambini con un quadrato e un tetto a due falde, montata nel giardino di Triennale, lo stesso in cui Giorgio de Chirico ha lasciato i suoi Bagni misteriosi, e l'effetto, in quel giardino, ha qualcosa di metafisico. Dentro questo contorno di casa le sedute si sollevano da terra, trattenute da cavi sottili che le tengono sospese a mezz'aria, e sembrano fogli di carta rimasti fermi un attimo prima di toccare il suolo, con la luce che attraversa i fori e lascia sulla struttura ombre sempre diverse. È un'immagine a metà tra il domestico e il sogno, in cui la sedia smette per un momento di essere un oggetto da usare e diventa una presenza leggera, quasi immateriale, mentre i cavi in tensione, che rendono visibili le forze in gioco, raccontano in fondo la stessa cosa che racconta la piega, cioè che la forma nasce da un equilibrio misurato. Più che un allestimento, Casa Ultrapiega è un modo di guardare il prodotto da un'altra angolazione, riportando un oggetto nato per stare all'aperto dentro l'idea stessa di casa.
Photo Credit: Spalvieri & Del Ciotto
Photo Credit: Sebastiano Maielli
Photo Credit: Sebastiano Maielli
Le sedute sospese sembrano fogli di carta fermi un attimo prima di toccare terra. Dentro il contorno di una casa, la sedia smette per un momento di essere un oggetto da usare e diventa una presenza leggera.
Ultrapiega dice qualcosa anche sulla strada che Anonima Castelli sta costruendo dopo anni dedicati soprattutto alla riedizione dei pezzi storici del proprio archivio, cioè la volontà di portare in catalogo un progetto contemporaneo che dialoga con la Plia senza citarla, ripartendo da un gesto invece che da una forma. È un modo intelligente di lavorare con la propria storia, meno nostalgico della riedizione e più rischioso, perché chiede al pubblico di riconoscere una continuità di pensiero e non di aspetto, e perché affida a due designer contemporanei il compito di reinterpretare il gesto su cui l'azienda ha costruito la sua fama.
Notes from makeyourhome
→ Mi interessano sempre i progetti che trasformano il processo produttivo in forma, perché sono tra i pochi in cui l'oggetto dichiara come è stato fatto e non ha bisogno di raccontarsi in altro modo.
→ La lettura che trovo più bella è quella che lega Ultrapiega alla Plia: due sedie lontanissime per materiali, uso e tempo, e lo stesso gesto al centro. Mi piace pensare che un brand possa avere una memoria fatta di gesti prima ancora che di oggetti.
→ Ultrapiega arriva in un momento in cui il metallo è tornato a essere uno dei materiali più presenti nel prodotto d'arredo, dall'acciaio all'alluminio, dalle finiture spazzolate a quelle verniciate, e la foratura mi sembra la scelta che permette di usarlo senza appesantirlo, soprattutto in un oggetto come la sedia, che più di ogni altro deve restare leggero alla vista e alla mano. Il foro lascia passare luce e aria e trasforma la lamiera in una superficie che respira.