Balay Milano. Il wine bar di studiomille che riparte dalla parola casa.

Via Achille Maiocchi è una strada come tante a Milano, a metà tra Porta Venezia e viale Abruzzi, in quel tratto di città che vive di negozi di vicinato, auto in doppia fila e insegne accumulate senza nessun disegno comune. È qui che nel luglio 2025 ha aperto Balay, wine bar serale di Ray Ibarra, con vini naturali e una selezione di piccoli piatti ispirati alle cucine mediterranea e filippina. Il progetto dello spazio è di studiomille, lo studio di Daniele Demattè e Luca Cozzani, e la prima cosa che fa non è dentro il locale ma sopra la sua apertura: una grande tenda bianca, monocromatica, tesa come una vela sulla vetrina, che di giorno fa ombra e di sera si illumina dall'interno diventando una lanterna.

Balay significa casa. Il progetto prende quella parola alla lettera. È un concetto molto difficile da trasferire in un locale pubblico, perché bisogna capire cosa rende familiare un luogo a chi ne fruisce. La risposta di questo progetto forse non sta negli oggetti né nei materiali, sta nel modo in cui sono stati scelti.

Balay significa casa in diverse lingue delle Filippine, e lo studio racconta il progetto con la formula home away from home. È un punto delicato, perché la casa è ormai la parola più consumata nel progetto di ospitalità contemporaneo: negli ultimi dieci anni Milano si è riempita di locali che citano il domestico come rassicurazione, il divano al posto della panca, la libreria finta, la lampada da salotto su un tavolo da ristorante, e quasi sempre il risultato è un interno che assomiglia a una casa senza funzionare come una casa. Balay fa un'operazione diversa e più difficile da vedere in fotografia. Non riproduce l'immagine della casa, ne usa il metodo. Il progetto si concentra su pochissimi elementi, quattro o cinque, scelti e messi a punto uno per uno come si fa quando si arreda davvero uno spazio in cui si vive, e lascia che tutto il resto sia quello che era già. La differenza non è tra chi cita il domestico e chi lo evita, ma tra chi lo usa come immagine rassicurante e chi lo assume come metodo di progetto, cioè poche cose decise bene e nessuna scenografia intorno.

Quel resto è la parte esistente, conservata quasi integralmente. Il pavimento esistente resta dov'era, così come gli intonaci stratificati dal tempo, che il progetto non ripristina e non nasconde ma tratta come uno sfondo materico su cui appoggiare i nuovi inserimenti. Su questa base studiomille costruisce l'unica regola compositiva della sala, una linea orizzontale che taglia l'altezza in due zone visive e genera un sistema di elementi che si sovrappongono e si incastrano. Sopra quella linea corrono i pannelli in acciaio zincato che ospitano l'impianto audio curato da Marco Livietti, sotto stanno le mensole in noce montate su cremagliere in alluminio, smontabili e riposizionabili, insieme a una parte di mensole in cartongesso di cui viene lasciata a vista la struttura interna sul bordo. È un catalogo di materiali da cantiere, e qui sta il rischio maggiore che il progetto corre, perché il grezzo è diventato a sua volta uno stile, una finitura che si ordina e si paga come una qualsiasi altra. Balay se ne salva per un motivo preciso: il grezzo non è applicato, è ciò che regge. La cremagliera non imita la cremagliera, sostiene le mensole e permette di spostarle.

Al centro della sala c'è il pezzo su cui il progetto scommette tutto, un grande bancone chiuso da un piano in legno e concepito fin dall'inizio come tavolo comune. Nasce per cambiare funzione nel corso della serata: tavolata condivisa per una cena, appoggio per il servizio del bar, piattaforma per un dj set o per una installazione temporanea. La flessibilità è una delle promesse più ripetute e meno mantenute nei progetti di ospitalità degli ultimi anni, perché di solito viene affidata a sistemi mobili che nessuno sposta mai davvero. Qui è verificabile per sottrazione: essendoci un solo elemento importante nella sala, o quel bancone regge tutte le funzioni oppure il locale non funziona. La logica è ancora quella domestica, il tavolo unico attorno a cui si fa tutto, si mangia, si lavora, si appoggiano le cose, si sta. Dietro, un passavivande in acciaio incorniciato apre sulla cucina piastrellata di bianco e la rende parte della sala invece di nasconderla.

Sopra il bancone è sospesa la lampada disegnata su misura, ed è l'elemento che spiega meglio di ogni altro come questo progetto tratta la questione dell'origine. Il riferimento dichiarato sono le finestre tradizionali filippine in conchiglia capiz, sottili lastre di madreperla montate a griglia che filtrano la luce dividendola in una trama geometrica. La lampada non le riproduce. Ne ottiene l'effetto con ottiche prismatiche recuperate da vecchie plafoniere da ufficio, montate dentro una cornice in legno scuro. È il punto più intelligente dell'intero intervento, perché la strada facile sarebbe stata quella decorativa, cioè mostrare le Filippine invece di tradurle. Qui invece il riferimento passa attraverso uno scarto della Milano terziaria, e resta nel materiale senza mai diventare immagine. È lo stesso movimento che Ibarra fa nella sua cucina.

Resta la soglia, che è poi il vero progetto. All'interno una tenda in tessuto chiaro separa la sala dalla vetrina e può essere aperta o chiusa, dissolvendo il confine tra il locale e il marciapiede e trasformando il bar in un salotto affacciato sul quartiere. All'esterno le tende monocromatiche fanno il lavoro opposto e complementare, ritagliano una figura semplice e quasi scultorea nel disordine della strada commerciale e di notte, illuminate dalla luce calda interna, segnalano la presenza del locale senza mai nominarlo. In una città che negli ultimi anni ha irrigidito i propri piani terra tra vetrate continue, plateatici normati e insegne sempre più invadenti, scegliere il tessuto come dispositivo di confine è una decisione tutt'altro che neutra: è reversibile, costa poco, si sporca, si sostituisce, e soprattutto lascia al locale la possibilità di decidere ogni sera quanto aprirsi. Alla fine ciò che si vede da via Maiocchi non è un interno da fotografare, è una stanza accesa dietro una tenda, e la distanza tra queste due cose è tutto quello che questo progetto aveva da dimostrare.

Dire che via Achille Maiocchi è una strada come tante vale però solo a colpo d'occhio, perché da qualche anno il design milanese ha cominciato a frequentarla, quasi per caso e senza una reale intenzione. Ai civici 5 e 7 c'è Spazio Maiocchi, che nelle ultime design week ha ospitato alcune delle attività più interessanti in città e ha raccolto intorno a sé la community del design, oltre mille metri quadrati di ex edificio industriale che diventano una delle tappe più battute del fuorisalone e che per il resto dell'anno tengono insieme arte, moda e progetto. Al civico 18 c'è Rito, cinquanta metri quadrati dedicati alla colazione firmati da Sagomastudio, dove gli intonaci sono stati scrostati fino a fare emergere i pigmenti storici delle pareti, il pavimento originale è stato recuperato e le uniche superfici davvero nuove sono il marmo bordeaux del bancone e l'acciaio della struttura a vista. Al 26 c'è Balay. Tre indirizzi a poche decine di metri l'uno dall'altro che non si somigliano affatto per immagine, e che però condividono la stessa decisione iniziale, cioè tenere l'esistente e aggiungere pochissimo.

Notes from makeyourhome

→ Di questo progetto mi convince soprattutto quello che non è stato fatto. Il pavimento è rimasto, gli intonaci sono rimasti, e la parte nuova si conta sulle dita di una mano. In un momento in cui il progetto di ospitalità tende a saturare ogni superficie per essere riconoscibile in fotografia, una sala tenuta insieme da una linea orizzontale e da un bancone è una scelta che richiede più sicurezza di quanta ne serva a riempire.

→ La lampada in ottiche da ufficio è il dettaglio che porterei in una lezione. Racconta come si può lavorare su una memoria familiare senza trasformarla in decorazione, e come il recupero possa essere una questione di metodo e non un argomento da comunicato stampa.

→ Continuo a pensare che la soglia sia il punto dove si capisce davvero la qualità di un locale, molto più della sala. Qui la soglia è una tenda, quindi qualcosa che si muove, si consuma e va rifatta. Mi interessa capire tra due anni in che stato sarà, perché è lì che si vedrà se era un progetto o un'immagine.

 

Ph. Delfino Sisto Legnani / DSL Studio I

nterior design: studiomille (Daniele Demattè, Luca Cozzani)

Direzione creativa: OnePlus + Emanuele Abbondanza

Identità visiva: OnePlus

Divise: Ascend Beyond

Supporto tecnico: Pareschi studio

Soundsystem: Marco Livietti

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