Serena Barison, architetto prestata alla pittura. Il racconto di un quadro che trova casa.

Ho conosciuto Serena Barison come si conoscono le sue figure: una voce, un racconto, una presenza che non ha avuto bisogno di mostrare il volto per convincermi. Non sono mai stata brava con l'arte. È una cosa che so di me da molto tempo e che negli anni ho imparato a guardare con una certa ironia, soprattutto quando mi ritrovo circondata da colleghe che sono anche artiste e che sembrano avere con la materia e con le mani una familiarità che io non ho mai avuto. La mia sensibilità si è formata altrove, nella scrittura, nella ricerca, in quella curiosità da nerd digitale che mi porta a ricostruire per ore il percorso di un progetto o di una persona prima ancora di averla incontrata. Eppure quando ho iniziato a vedere passare sui social i suoi quadri a olio è successo qualcosa che davanti a una tela mi capita raramente, perché quasi senza accorgermene ho cominciato a collocarli, a immaginarli dentro un progetto d'interni e poi, dentro casa mia. Non li stavo guardando come avrebbe fatto un’ esperta del settore, ma come li guarda un architetto, e forse proprio per questo quella prima impressione mi è sembrata onesta. L'ho osservata in silenzio per qualche tempo, senza mai farmi avanti, finché qualcosa è scattato e le ho scritto su Instagram per chiederle se potevamo vederci, convinta, come succede quasi sempre quando incontriamo qualcosa di bello, che fosse a Milano. Mi ha risposto che no, lei lavora a Roma, e che al massimo potevamo sentirci per telefono. Ho accettato. Non è stata nemmeno una videochiamata, solo una telefonata, e ancora oggi di Serena conosco la voce ma non il volto.

Serena è nata a Milano e dal 2018 vive e lavora a Roma, dove nel 2020 ha aperto Studio Picsilli, il suo studio di architettura d'interni. Nella pagina in cui si presenta usa tre parole messe una sotto l'altra, architetto, interior designer, pittrice, senza spiegare come si tengano insieme, e il primo quarto d'ora della nostra telefonata è stato quasi tutto dedicato proprio a questo. Mi ha raccontato di come a un certo punto il lavoro sugli interni le fosse diventato stretto, non per mancanza di passione ma per una stanchezza più sottile, quella di chi progetta ogni giorno dentro le richieste e le scelte di qualcun altro e a un certo punto sente il bisogno di uno spazio in cui nessuna decisione debba essere negoziata. Ascoltandola mi veniva da sorridere, perché mi sembrava di sentire la mia storia raccontata con uno strumento diverso. Anche il mio percorso con makeyourhomestudio nasce dalla stessa necessità, costruire un progetto mio senza dover entrare nel merito delle decisioni degli altri, e in quel momento la distanza che sentivo tra me e la pittura si è accorciata parecchio. Non stavamo parlando di arte, stavamo parlando di libertà progettuale, e su quel terreno ci siamo riconosciute quasi subito.

Due persone che hanno fatto dell'interior il proprio mestiere e che a un certo punto hanno sentito il bisogno di un luogo in cui nessuna scelta dovesse essere negoziata con qualcun altro. Lei lo ha trovato nella pittura, io nella scrittura.

 

Due passi olio su tela

 

Serena mi ha detto chiaramente di essere in una fase di sperimentazione, e che in questo momento le interessa lavorare per flusso e non per vincoli. Le ho chiesto se accetterebbe di realizzare un'opera su commissione e la risposta è arrivata senza esitazioni: non sa se sarebbe in grado di rispondere alle esigenze di un cliente, perché ha bisogno di mettersi davanti alla tela e capire cosa arriva, senza sapere prima dove andrà a finire. Il suo percorso è iniziato con stampe digitali e piccoli lavori in collage e acrilico, che lei stessa considera una fase di ricerca, mentre è negli oli su tela più recenti che oggi si sente davvero rappresentata. È un passaggio che mi sembra significativo, perché il collage è anche lo strumento più vicino al suo mestiere. Nel metodo di Studio Picsilli serve a mostrare al cliente l'atmosfera, i tessuti e i pigmenti di una casa prima che i lavori comincino, è cioè il primo disegno del progetto. Passare all'olio vuol dire allontanarsi proprio da quel gesto e scegliere una tecnica che non deve convincere nessuno, che ha tempi lenti e un risultato che non si può stabilire in partenza. La libertà che Serena cercava, in fondo, stava anche nel cambiare strumento.

Serena è partita dal collage, lo stesso strumento con cui in studio mostra una casa al cliente prima che esista, ed è arrivata all'olio su tela, dove si sente davvero rappresentata. Per trovare la propria libertà ha dovuto cambiare anche strumento.

Il punto di svolta è CHP, il primo quadro dipinto dopo Copenaghen: una donna in rosso di spalle. È lì che Serena ha capito che la sua strada passava per le linee che seguono le figure umane.

Il punto di svolta, mi ha raccontato, è stato un viaggio a Copenaghen, e anche qui ci siamo trovate a condividere molto più di quanto pensassi, perché quella città ha avuto un peso preciso anche nella mia fase creativa. Lo spiega bene una frase che ripeto spesso: a Copenaghen il progetto non resta chiuso negli showroom, lo ritrovi nella panetteria, nella caffetteria, nel modo in cui un negozio dispone gli oggetti sul bancone. Al rientro da quel viaggio Serena dipinge CHP, il primo quadro nato dopo Copenaghen: una donna in rosso, ritratta di spalle. È in quel quadro che capisce che la sua strada passa per le figure umane, o meglio per le linee che seguono le figure, il profilo di una schiena, la curva di una nuca, un colletto. Da lì nascono le figure che oggi riconosciamo nel suo lavoro, persone che non si voltano mai e che non mostrano il viso, e che lei stessa, nel testo con cui ha presentato le sue opere a dicembre nello studio di Roma, descrive come presenze che non hanno bisogno di imporsi per esistere. C'è poi un dettaglio che rende il cerchio quasi troppo preciso. I suoi quadri oggi si vedono a Roma da Lack00danishlab, il laboratorio di vintage danese e scandinavo di Claudio Malandruccolo a Monteverde Vecchio, appesi sopra le stesse credenze e gli stessi tavoli in teak che arrivano dal Paese in cui la sua pittura ha preso questa direzione.

 
 

CHP

 

A un certo punto le ho fatto la domanda che mi interessava di più: che relazione hai con la casa quando dipingi? Mi ha risposto subito che non riesce ancora a portare un angolo di casa dentro i suoi quadri. Ci ha provato con gli oggetti, e alcuni titoli lo raccontano, ma per ora disegnare quegli spazi le mette un certo timore. Credo di capirlo. Se la pittura è il luogo in cui è andata a cercare una libertà che il progetto d'interni non le dava più, è comprensibile che non voglia riportarci dentro proprio quella materia. Allora ho riformulato la domanda, perché non volevo sapere se avesse voglia di dipingere case, ma se, mentre lavora a un quadro, pensa a come potrebbe stare dentro uno spazio. Qui la risposta è cambiata. Sì, lo immagina, non con un'immagine netta o già definita, ma pensando a chi potrebbe volerlo con sé e in quale casa potrebbe trovare posto. E quando un'opera viene venduta le piace dire che il quadro ha trovato casa. È in questa frase che ho capito la differenza tra il suo lavoro e il quadro pensato per intonarsi al divano, che è il rischio sempre in agguato quando arte e interni si avvicinano troppo. Serena non dipinge per una stanza, dipinge per una persona che ancora non conosce, e lascia che sia quella persona a decidere dove appenderlo.

Quasi primavera

Serena non dipinge per una stanza ma per una persona che ancora non conosce. Quando un'opera viene venduta le piace dire che il quadro ha trovato casa, ed è la differenza tra un'opera e un complemento d'arredo.

Mi sono accorta solo scrivendo che il nostro incontro ha avuto la stessa forma dei suoi quadri. L'ho seguita per un po' senza farmi avanti, l'ho conosciuta attraverso una telefonata, e quello che so di lei è fatto di una voce e di un racconto, come le sue figure, che restano di spalle e lasciano a chi guarda il compito di immaginare il resto.

Images courtesy of Serena Barison

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Anonima Castelli riparte dalla piega, ma questa volta non si chiude. Diventa Ultrapiega.