The Roe Bar, l'estensione domestica di Louise Roe
A Copenaghen, in Vognmagergade 9, c'è una porta che dall'esterno sembra semplicemente l'ingresso di una galleria di design e che invece nasconde uno dei luoghi più interessanti della città per chi del design vuole capire la dimensione vissuta e non quella esposta. Si chiama The Roe Bar, è il caffè della Louise Roe Gallery, ed è esattamente il tipo di posto che chi lavora nel design milanese fatica a immaginare perché abbiamo perso, da tempo, la capacità di costruire spazi che non siano dichiaratamente commerciali o dichiaratamente culturali ma che tengano insieme entrambe le cose con la naturalezza di una casa.
Louise Roe Andersen ha fondato il brand omonimo nel 2010, dopo una formazione in moda e sviluppo concept che ha lasciato tracce visibili nel suo approccio al progetto. Nelle interviste racconta di lavorare ancora con carta e penna, di costruire moodboard ritagliando immagini dalle riviste, di affidarsi a piccoli artigiani europei che hanno tramandato il proprio mestiere di generazione in generazione. La sua sensibilità progettuale dichiara apertamente i propri riferimenti culturali, ovvero il primo art déco, il brutalismo degli anni Trenta e il minimalismo bauhaus, una triade che la posiziona fuori dal recinto del danish design più ortodosso e che la colloca in uno spazio creativo internazionale dove la storia dell'architettura europea si incontra con la sensibilità nordica. Quando nel 2018 ha aperto la sua prima galleria, ha scelto di non separare il commercio dalla cultura, ovvero di non costruire uno showroom asettico ma uno spazio domestico che potesse essere anche luogo di sosta, conversazione, pranzo, lettura. Da quella scelta è nato The Roe Bar, completamente rinnovato nel 2022 con un'estetica dichiaratamente avant-garde, tutta giocata sull'acciaio inossidabile e su un'eleganza apparentemente disinvolta che la rivista americana Remodelista ha descritto come effortless cool.
The Roe Bar è la materializzazione domestica di un universo creativo, non la sua vetrina commerciale. Il café serve colazione e pranzo con ingredienti organici di stagione, pane e dolci di Juno the Bakery, caffè artigianale e bevande curate con la stessa precisione con cui Louise Roe disegna le sue lampade.
La galleria che lo ospita è il flagship store del brand, con la collezione di accessori, ceramiche, vetri, tessuti, lampade, specchi e arredi della designer, ma è anche un piccolo archivio editoriale, perché la figlia Sophia Roe cura una selezione di riviste vintage di design provenienti da tutto il mondo che si possono sfogliare seduti al bancone. Anche questo dettaglio dice qualcosa di importante sul modo in cui Louise Roe pensa lo spazio, ovvero come un ecosistema famigliare e culturale prima ancora che come operazione commerciale, dove la trasmissione generazionale del sapere non è un valore astratto ma una pratica visibile, fatta di collaborazioni dichiarate tra madre e figlia, di oggetti messi accanto a libri, di prodotti che nascono e vivono dentro lo stesso luogo dove vengono raccontati e venduti. È un modello che a Milano fatichiamo a costruire perché siamo abituati a separare le funzioni, mentre qui le funzioni convivono nello stesso ambiente senza che nessuna prevarichi le altre.
Durante 3daysofdesign 2026, la galleria diventerà l'estensione esplicita del Roe Bar, con un'attivazione che il brand definisce ambiente vissuto piuttosto che esposizione tradizionale.
L'idea curatoriale per il festival, dichiarata nella presentazione ufficiale, è radicata nell'ospitalità, nella tradizione e nella convivialità a tavola, e propone di incontrare i nuovi prodotti del brand attraverso l'uso invece che attraverso la contemplazione distante. I due lanci della stagione sono la Frankie Café Chair and Table, una sedia e un tavolino da caffè pensati per spazi pubblici di socialità, e la The Person Glass Lamp, una nuova lampada in vetro che entra nel catalogo dei prodotti di illuminazione del brand. Il fatto che vengano presentati dentro un café funzionante, in cui i visitatori potranno effettivamente sedersi sulla Frankie e mangiare sotto la The Person Glass, è una posizione progettuale precisa che dichiara, senza bisogno di parole, cosa significhi davvero rendere significativo questo momento, ovvero il tema di 3daysofdesign 2026. Significa restituire al design la propria dimensione d'uso quotidiano, sottrarlo alla teca della vetrina, abitarlo. Per chi va a Copenaghen tra il 10 e il 12 giugno, The Roe Bar è una delle tappe da non perdere, sia perché è un luogo che esiste già come destinazione permanente della città, sia perché durante il festival diventa il caso di studio più chiaro di come il design contemporaneo scandinavo stia ripensando il rapporto tra prodotto, spazio e persone.
Notes from makeyourhome
→The Roe Bar è uno dei luoghi di Copenaghen che racconta meglio cosa significhi oggi fare design con uno sguardo che non separa l'oggetto dal contesto in cui vive. Andrò a visitarlo durante 3daysofdesign 2026, tra il 10 e il 12 giugno, e tornerò a raccontarvelo nelle prossime settimane con immagini e impressioni dirette dall'allestimento di Louise Roe per il festival. Per chi sta organizzando un viaggio a Copenaghen, è una tappa da segnare in agenda anche al di fuori del calendario del festival, perché esiste come destinazione permanente tutto l'anno.
Image courtesy of Louise Roe
The Roe Bar Vognmagergade 9, 1120 Copenaghen Distretto Rosengård, 3daysofdesign 2026