Make This Moment Matter: a Copenaghen il design torna a essere un'indagine culturale.

Tra meno di un mese sarò a Copenaghen, dal 10 al 12 giugno, per coprire la tredicesima edizione di 3daysofdesign, il festival che ogni estate trasforma la capitale danese in una mappa diffusa di showroom, gallerie, istallazioni e conversazioni intorno al design. Ci vado per la terza volta, ma è la prima in cui makeyourhomestudio si muove ufficialmente verso il nord Europa come testata, e non è una decisione casuale né dettata semplicemente dal desiderio di essere presente all'appuntamento più importante del calendario design dopo il Salone di Milano. Vado a Copenaghen perché il tema dell'edizione 2026, Make This Moment Matter, mi parla in modo diretto e personale, perché i paesi nordici restano per me, da architetto prima ancora che da editor, il riferimento culturale più solido nello sguardo sul design contemporaneo, e perché negli anni ho costruito la mia ricerca proprio intorno a quei valori che il design scandinavo continua a praticare con una coerenza che il sistema italiano ha in larga parte smarrito: la democrazia del progetto, l'attenzione alla quotidianità dell'abitare, il rifiuto della spettacolarizzazione del prodotto a favore di una riflessione lenta sul significato degli oggetti che entrano nelle nostre case.

Quello che mi ha colpita immediatamente, sfogliando i materiali editoriali e gli articoli del journal ufficiale del festival nelle settimane che hanno preceduto questa edizione, è stato il modo in cui 3daysofdesign abbia costruito la propria comunicazione: non sui brand espositori, non sui prodotti in anteprima, non sulle novità di stagione, ma sul pensiero dei designer, sulle loro pratiche quotidiane, sulla loro visione del progetto. È un'inversione di gerarchia che chi lavora nel design italiano riconosce immediatamente come radicale, perché ribalta la logica con cui siamo abituati a vivere le settimane del design a Milano, dove la struttura della comunicazione resta saldamente commerciale e dove i temi annuali sembrano sempre un contorno narrativo che possa unire tutto e fare piacere a tutti. A Milano i brand sono il centro e il tema è la cornice. A Copenaghen, per quello che riesco a leggere prima ancora di metterci piede, sembra accadere l'opposto: il pensiero è il centro e i brand sono le voci che lo articolano.

Make This Moment Matter, traducibile in italiano come rendi significativo questo momento, proviamo a leggerlo con attenzione.

L'imperativo make colloca chi legge in posizione di responsabilità attiva e non di osservatore passivo, this moment, il presente, viene contrapposto implicitamente al passato e al futuro, le due dimensioni temporali su cui storicamente il design ha costruito le proprie narrative attraverso la tradizione e l'innovazione, mentre il verbo finale matter ha una doppia accezione che il festival utilizza intenzionalmente, perché significa sia avere importanza sia essere materia, e quindi make this moment matter può essere letto contemporaneamente come rendi significativo questo momento e come rendi materia questo momento, trasformando l'astratto in concreto. La dichiarazione complessiva del festival va ancora più in profondità, perché incoraggia esplicitamente una ricalibrazione collettiva da di più a significativo, ed è un passaggio politicamente importante che dichiara l'abbandono della logica quantitativa del design contemporaneo, dove il valore si misura sulla quantità di prodotti, lanci, novità e presenze, in favore di una logica qualitativa fondata sul significato.

Dentro questa cornice tematica più ampia, il festival ha costruito quest'anno una vera e propria trilogia editoriale dedicata alla casa, attraverso tre articoli pubblicati sul journal ufficiale tra gennaio e aprile che meritano di essere letti come un unico discorso articolato. Il primo è firmato dalla stessa Signe Byrdal Terenziani e si intitola What Makes a House a Home, cosa rende una casa una casa, e affronta il tema dell'abitare come processo di selezione e di editing identitario attraverso gli oggetti che scegliamo di portare con noi nei vari passaggi della nostra vita. L'articolo intervista tre voci internazionali, Max Fraser direttore editoriale di Dezeen, Lina Kanafani gallerista della Mint Gallery di Londra, e Anupama Kundoo architetta indiana docente alla TU Berlin, ognuna chiamata a raccontare quale singolo oggetto porterebbe sempre con sé in una nuova casa, e attraverso queste tre voci emerge una visione precisa della casa come spazio di racconto autobiografico più che come luogo di rappresentazione sociale. Il secondo articolo, Design for Healing at Home, si spinge in un territorio più radicale e indaga il rapporto tra casa, trauma e guarigione attraverso il lavoro della designer Anna Liubimova e del suo brand SESTRÁ, costruendo una riflessione sulla casa non solo come rifugio ma anche come spazio che può ferire, e su come il design possa diventare cornice silenziosa di cura nei momenti di vulnerabilità. Il terzo articolo, Objects With Meaning, chiude la trilogia con una riflessione filosofica sugli oggetti quotidiani come ancore di presenza, attingendo dalla cultura giapponese del minimalismo emotivo e citando la docente Nette Børkdal Ebbesen che propone di scegliere gli oggetti che ci circondano con gli stessi criteri con cui scegliamo i nostri migliori amici.

Questi tre articoli rivelano qualcosa di importante, ovvero come la sensibilità nordica contemporanea stia spostando il discorso sull'abitare dal piano funzionale ed estetico al piano psicologico ed emotivo, un'evoluzione culturale che segna una direzione precisa per il design domestico europeo e che dovrebbe interessare profondamente chi, come me, si occupa di comunicare il design della casa a un pubblico di professionisti italiani.

Foto Matteo Bellomo

Foto Matteo Bellomo

La felicità non riguarda l'avere tutte le cose che vogliamo ma il volere tutte le cose che abbiamo. Signe Byrdal Terenziani

Michael Falgren, Leica Camera

Michael Falgren, Leica Camera

C'è una frase in particolare, nascosta nelle pieghe dell'articolo Objects With Meaning, che mi ha fermata mentre leggevo e che ho riletto più volte perché contiene in poche parole quello che ho sempre cercato di dire nei miei articoli, da quando ho iniziato a scrivere di design per le case delle persone. È una frase di Signe Byrdal Terenziani che dichiara, nel contesto della riflessione sul tema 2026, che la felicità non riguarda l'avere tutte le cose che vogliamo ma il volere tutte le cose che abbiamo. Quando ho letto questa formulazione mi sono ritrovata istintivamente in quello che da anni provo a comunicare alla mia community, ovvero che scegliere per la propria casa significa anzitutto scegliere ciò che ci rende felici, ciò che ci risuona, ciò che parla di noi e per noi, e non ciò che la cultura del consumo, del lifestyle styling o della performance social ci impone come desiderabile. È un criterio progettuale che ho usato spesso, spessissimo, in quasi tutti gli articoli che ho scritto sulla casa, e ritrovarlo dichiarato come principio fondante dal festival più importante del nord Europa è una conferma significativa che la traiettoria che ho costruito con makeyourhomestudio si muove dentro una conversazione culturale viva e in espansione, non in una nicchia isolata. Significa che parlare di casa in termini di significato emotivo prima che di estetica, di felicità prima che di status, di selezione consapevole prima che di accumulo, non è un capriccio personale ma una direzione condivisa dalle voci più autorevoli del design contemporaneo europeo, ed è precisamente per questa ragione che essere fisicamente presente a Copenaghen quest'anno mi sembra non solo un'opportunità professionale ma una necessità editoriale.

 

A dare ulteriore densità culturale all'edizione 2026 contribuisce il Symposium ufficiale del festival, intitolato Entering the Now ed organizzato come articolazione strutturata in cinque sessioni che si svolgeranno durante le tre giornate dell'evento. Curato da Tey Bannerman e Veronica D'Souza, il Symposium riunisce voci internazionali di altissimo livello chiamate a riflettere su cosa significhi oggi assumere il presente come posizione di potere progettuale, e tra i relatori figurano Paola Antonelli del MoMA di New York, una delle curatrici più autorevoli del design contemporaneo, la critica e scrittrice Alice Rawsthorn, l'architetta indiana Anupama Kundoo già intervistata nell'articolo sulla casa, il designer Yinka Ilori, la ricercatrice Natsai Audrey Chieza, e altri nomi che compongono insieme una mappa interdisciplinare e geograficamente diversificata del pensiero progettuale contemporaneo. La dichiarazione curatoriale del Symposium è esplicita e politicamente forte, perché afferma che i prodotti non sono passivi, che l'estetica non è mai neutrale, e che ogni scelta materica, ogni metodo produttivo, ogni decisione spaziale e ogni strategia di business contribuiscono a una narrazione più ampia con conseguenze sociali e ambientali. È una posizione che rifiuta l'idea consolatoria del design come pratica esclusivamente estetica e che restituisce alla disciplina la propria dimensione politica, riconoscendo che ogni progetto è una presa di posizione anche quando non lo dichiara apertamente. Per chi come me viene da una formazione in architettura, dove la dimensione politica del progetto è parte costitutiva della disciplina ma viene spesso dimenticata nel passaggio al sistema commerciale dell'arredamento, questa cornice critica restituisce alla pratica progettuale uno spessore che il discorso pubblico sul design tende a edulcorare.

Vado a Copenaghen con un programma di lavoro denso, con la mappa degli otto distretti del festival già studiata e con una lista di espositori che voglio assolutamente raggiungere nelle tre giornate dell'evento, ma vado soprattutto con la curiosità di chi sa di entrare in una conversazione culturale che ha qualcosa da dire, e con la disponibilità di chi vuole ascoltare prima di raccontare. Nelle prossime settimane uscirò con altri articoli dedicati ai progetti specifici e alle voci che incrocerò durante 3daysofdesign, e racconterò in tempo reale sui canali social del magazine quello che mi colpirà man mano che il festival si svolgerà. Per chi mi segue da tempo questa è la seconda tappa di un percorso editoriale internazionale che abbiamo aperto a Milano con la Design Week di aprile e che proseguirà a Helsinki a settembre con la Design Week finlandese, costruendo nei prossimi mesi un asse europeo del design che racconta tre città diverse, tre tradizioni progettuali distinte, tre modi differenti di pensare l'abitare contemporaneo, e che insieme compongono per makeyourhomestudio un anno editoriale che spero possa restituire al pubblico professionale italiano una voce critica capace di muoversi con consapevolezza oltre i confini della settimana del design milanese. heading north, dunque, come dichiarazione di traiettoria e come invito alla mia community a seguirci in questo viaggio.

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A casa di Francesca, in un palazzo storico torinese.