NOUR. Una lampada che scrive l'atmosfera.
SACeramics non esiste più. Oggi nasce, o forse rinasce, Sara Alawie, e stavolta non è una questione anagrafica. Rinominare una pratica artistica spesso nasce da un desiderio e da un'energia precisa che ha bisogno di esplodere e raccontarsi. Questo spesso significa che la ricerca ha trovato una direzione abbastanza solida da richiedere una nuova identità creativa, che il percorso ha raggiunto una maturità che un nome non riusciva più a validare. NOUR, la lampada scultorea che Sara presenta questa sera, è il primo oggetto che porta questo nome, e ci arriva attraverso un percorso di ricerca durato anni e che ho avuto il piacere di seguire passo dopo passo.
Sara Alawie lavora sull'incontro tra due culture, il Mediterraneo e il Levante, che attraversano il lavoro come riferimenti che operano in profondità, influenzando il modo in cui la forma e il progetto vengono pensati, costruiti, lasciati evolvere. La ceramica per lei non è una materia da dominare: è un processo di ascolto, istintivo, quasi primordiale, dove le mani accompagnano la trasformazione rispettandone i tempi. È un approccio che produce oggetti con un linguaggio essenziale e misurato, dove il vuoto non è mai decorativo, dove ogni pezzo porta le tracce del fare e conserva una propria unicità all'interno di una produzione limitata e interamente realizzata a mano.
La semplicità non è riduzione. È una scelta che chiede attenzione e ingegno da parte di chi incontra l'oggetto.
Foto Massimilano Tuveri
NOUR nasce da una traccia. Il segno lasciato da una goccia d'acqua, fissato nell'argilla: con un gesto semplice e deliberato, la mano incide cerchi concentrici sulla cupola, fermando il momento esatto in cui la superficie inizia a trasformarsi. Ogni cerchio diventa un'eco, una memoria, un respiro che si espande verso l'esterno. È una genesi che racconta molto sull'oggetto finito, perché non si tratta di una forma disegnata e poi eseguita: si tratta di un processo in cui controllo e abbandono convivono costantemente, in cui la materia trattiene le variazioni che emergono durante la lavorazione e ogni pezzo diventa irripetibile.
Il nome, in arabo, significa luce. Ma NOUR non nasce dalla volontà di illuminare: nasce da un'osservazione precisa, quel momento in cui qualcosa tocca una superficie e la trasforma silenziosamente. La luce che produce non è diretta né protagonista, è calda, diffusa, intima, una luce che invita alla quiete piuttosto che all'attraversamento dello spazio. Il progetto nasce dalla tensione tra forze opposte, materia e immaterialità, presenza e sospensione, e non risolve quella tensione: la tiene aperta, lascia che l'equilibrio emerga in silenzio. Ogni versione di NOUR rivela una diversa armonia di colore, materiale e intensità, proprio perché la variazione non è un difetto di produzione ma la natura stessa dell'oggetto.
Nour non cerca di illuminare uno spazio. Scrive un'atmosfera.
C'è una questione più ampia che questo lancio solleva e vale la pena nominarla. In un momento in cui il mercato del design artigianale produce oggetti esteticamente riconoscibili ma spesso concettualmente vuoti, dove la texture manuale è diventata un codice stilistico più che il risultato di una pratica autentica, il lavoro di Sara Alawie si posiziona in modo diverso. Il processo si trasforma in progetto. NOUR non è una lampada con un'estetica ceramica: è un oggetto che esiste perché qualcuno, partendo da un immaginario specifico, ha avuto il desiderio di cimentarsi con la materia e con la luce e scoprire come questa si trasformava attraverso il gesto creativo.
Notes from makeyourhome
→ Ho conosciuto Sara nel 2020 e il suo lavoro mi ha colpito subito, perché leggevo un approccio alla materia ceramica diverso dall'uso più diffuso. Ho avuto modo di progettare con lei, generare suggestioni e trasformarle in oggetti. Quello che mi colpisce oggi, più dell'oggetto in sé, è la coerenza del percorso. Cambiare nome a una pratica artistica già riconoscibile è un rischio che si assume solo quando si è davvero sicuri di dove si sta andando. Ho seguito questo percorso abbastanza a lungo da riconoscere la differenza tra un oggetto che nasce da una necessità e uno che nasce da un sogno.