Caro Diario, il progetto fotografico di Domingo Nardulli che parla di relazioni.

Caro Diario è un racconto che avrei potuto scrivere io. E invece è un progetto fotografico di Domingo Nardulli. O meglio, di Domenico, perché è così che è arrivato nella mia vita il giorno del mio quarantacinquesimo compleanno, in una di quelle giornate che programmi nei minimi dettagli convinta che nulla possa davvero uscire dal copione, salvo poi accorgerti, qualche ora dopo, che proprio dentro una delle attività più ordinarie si era nascosto un incontro che, senza saperlo, avrebbe cambiato il modo in cui avrei guardato il suo lavoro e, forse, anche il mio. Avevo aperto una task per sistemare la lavastoviglie che non chiudeva più correttamente e alcune ante del mio studio. Una di quelle incombenze domestiche che, quando vivi da sola, finiscono inevitabilmente per accumularsi fino a diventare improrogabili, costringendoti a scegliere il profilo di uno sconosciuto con l'unico criterio possibile quando qualcuno sta per entrare nella tua casa: l'istinto. Quando Domenico suona il citofono entra con una cassetta degli attrezzi, una camicia leggera lasciata aperta sopra una t-shirt e uno stile che continuo a percepire più vicino a quello di un creativo che a quello di chi è venuto ad aggiustare una lavastoviglie. È un dettaglio che noto subito, senza sapere che, di lì a poco, mi racconterà di essere un fotografo.

Sono gli incontri a cambiare il modo in cui guardiamo il lavoro creativo.

Mentre osserva la cucina mi dice quasi sorridendo che quella è la sua prima task, che in realtà fa il fotografo ma che gli è sempre piaciuto aggiustare le cose. Cominciamo a parlare con la naturalezza con cui parlano due perfetti sconosciuti che sanno di condividere lo stesso spazio solo per qualche ora, Mi dice il suo nome Domenico Nardulli, anzi, Domingo, mi chiamano tutti così. Come faccio ogni volta che qualcosa cattura la mia attenzione, apro Instagram. Scorro le prime immagini e succede una cosa che mi capita molto raramente. Non sto semplicemente guardando il profilo di un bravo fotografo; ho la sensazione di riconoscere un linguaggio. Continuo a scendere tra le fotografie, apro il suo sito, torno indietro, riguardo alcuni lavori e mi convinco sempre di più che quel nome, in qualche modo, lo avevo già incrociato. Non ricordo dove, non ricordo quando, ma Caro Diario mi restituisce una strana familiarità. La cosa che continua a sorprendermi, però, non è soltanto la qualità delle fotografie, quanto la distanza apparente tra quello che sto guardando sullo schermo e quello che sta accadendo nella mia cucina. Da una parte un progetto costruito intorno alla memoria, alle relazioni e ai piccoli frammenti di quotidianità che diventano immagini; dall'altra un ragazzo inginocchiato davanti a una lavastoviglie che cerca di capire perché uno sportello abbia smesso di chiudersi. Continuo ad alternare lo sguardo tra il telefono e lui, chiedendomi come sia possibile che quelle due persone coincidano.

Più guardo il suo lavoro, più mi rendo conto che quello che mi colpisce non è soltanto l'estetica delle fotografie. È il modo in cui costruisce relazioni tra immagini, parole e persone, lasciando che siano proprio queste ultime a completare il racconto. Ho sempre pensato che un progetto esista davvero solo nel momento in cui qualcuno riesce a riconoscersi al suo interno e, osservando Caro Diario, ho la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa che va esattamente in questa direzione. Oggetti quotidiani, frammenti di memoria, pensieri intimi e fotografie escono dalla dimensione privata per trovare posto nello spazio pubblico, trasformando un diario personale in un racconto collettivo capace di parlare anche a chi quella storia non l'ha mai vissuta. Nei giorni successivi torno più volte sul suo sito. Riguardo le fotografie, provo a ricostruire il percorso che lo ha portato fino a Caro Diario e mi convinco sempre di più di una cosa.

Voglio raccontare questo progetto sulle pagine di makeyourhomestudio. Non appartiene al mondo del design nel senso più tradizionale del termine, ma appartiene perfettamente a quella ricerca culturale che da anni provo a costruire attraverso il mio lavoro, convinta che il progetto non sia una disciplina, ma un modo di osservare il mondo.

Qualche giorno dopo, come se quella conversazione avesse deciso di non interrompersi davvero, ci rincontriamo davanti a una mostra fotografica. Non era un appuntamento. Quella sera ero persino indecisa se uscire, eppure ci ritroviamo nello stesso posto. È lì che la conversazione riprende esattamente da dove si era fermata qualche giorno prima e che Caro Diario smette di essere, ai miei occhi, soltanto un progetto fotografico per diventare il racconto di una persona.

È durante quella seconda conversazione che inizio a capire davvero da dove nasce Caro Diario. Domingo, mi racconta che il progetto prende forma in un momento personale complesso, quasi come un modo per dare un ordine a pensieri, ricordi e immagini che fino a quel momento erano rimasti sparsi. Un archivio intimo, fatto di fotografie, appunti, frasi appuntate nel tempo e parole raccolte dalle persone che gli sono state accanto, che lentamente smette di essere soltanto un esercizio personale per trasformarsi in qualcosa di condiviso.

Tra gli aspetti che più mi colpiscono di Caro Diario c'è la scelta del manifesto. Siamo abituati a pensare ai manifesti come strumenti che occupano lo spazio pubblico per vendere un prodotto, promuovere un evento o catturare la nostra attenzione per pochi secondi. Caro Diario ribalta completamente questa logica. Quegli stessi spazi vengono utilizzati per restituire valore all'intimità, affidando alla città immagini e pensieri che non chiedono consenso, non cercano risposte e non hanno la pretesa di essere compresi da tutti. Restano lì, aspettando che qualcuno, passando davanti a uno di quei manifesti, riconosca dentro una fotografia o una frase un frammento della propria storia. Da qualche tempo Caro Diario ha iniziato a vivere anche oltre lo spazio urbano. I manifesti sono diventati stampe e cartoline, permettendo a ciascuno di scegliere l'immagine o la frase in cui riconoscersi e di portarla dentro casa. È un passaggio che sento particolarmente vicino. Credo che le pareti delle nostre case raccontino molto più delle tendenze che seguiamo: raccontano ciò che decidiamo di conservare, le persone che abbiamo incontrato e le storie in cui continuiamo a riconoscerci. L'idea che un manifesto nato nello spazio pubblico possa trovare posto dentro una casa mi sembra una naturale estensione del progetto, perché continua a costruire relazioni, semplicemente in un luogo diverso.

Prima di essere un progetto fotografico, Caro Diario è un esercizio di fiducia nelle relazioni.

Durante tutta la conversazione torniamo più volte sul tema delle relazioni, ed è probabilmente l'aspetto che, più di ogni altro, mi rimane addosso una volta tornata a casa. Domingo mi racconta quanto siano state importanti le persone che gli vogliono bene, quanto il loro sostegno abbia inciso sul suo percorso personale e professionale e quanto, ancora oggi, continui a considerare quei legami una parte fondamentale del proprio lavoro. Io mi ritrovo a raccontargli un'esperienza quasi opposta. Costruire un progetto creativo indipendente, portarlo avanti negli anni e farlo crescere significa spesso fare i conti con la solitudine, con la sensazione di dover sostenere da soli il peso delle proprie idee e con la difficoltà, soprattutto per una donna, di trovare qualcuno disposto a credere nel tuo lavoro prima ancora che nei suoi risultati. Sono due esperienze diverse, ma è proprio quella distanza a rendere la conversazione interessante. Per qualche motivo ho la sensazione che Caro Diario non parli soltanto della storia di Domingo. Parla anche della possibilità di costruire connessioni autentiche in una città come Milano, dove tutto sembra spingere nella direzione opposta, verso rapporti veloci, spesso superficiali, quasi sempre temporanei. Ripensando a quell'incontro, mi accorgo che il motivo per cui ho sentito il bisogno di raccontare questo progetto non è soltanto la qualità delle immagini. È il modo in cui nasce, il valore che attribuisce alle persone e la capacità di trasformare qualcosa di profondamente personale in uno spazio in cui anche gli altri possano riconoscersi.

È proprio questo che continuo a cercare attraverso makeyourhomestudio: progetti che, indipendentemente dalla disciplina a cui appartengono, riescano a ricordarci che il valore della creatività non sta soltanto in quello che produce, ma nelle relazioni che è capace di generare.

La lavastoviglie, comunque, è stata sistemata.

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Dentro il processo creativo di Chiara Andreatti. Una conversazione intorno ai tessuti disegnati per l'Opificio.