Dentro il processo creativo di Chiara Andreatti. Una conversazione intorno ai tessuti disegnati per l'Opificio.

Il tessuto sta tornando a essere un materiale progettuale. Non superficie, non finitura, non ultimo strato decorativo di un interno già deciso, ma materia che partecipa alla costruzione dello spazio, e le tre nuove collezioni disegnate da Chiara Andreatti per l'Opificio, presentate al Salone del Mobile 2026, sono una buona occasione per ragionarci. Quando le ho viste, la prima cosa che ho pensato è che non volevo scriverne in modo tradizionale, perché c'è una parte del lavoro di un designer che non arriva quasi mai sulle pagine dei magazine, ed è tutto quello che succede prima del prodotto finito, le prove scartate, i segni accumulati, il dialogo con un ufficio tecnico che traduce un disegno in struttura. Non mi interessava elencare tecniche, varianti colore e ispirazioni, volevo entrare dentro il processo creativo e portare in superficie un racconto che viene quasi sempre lasciato fuori, e che invece è la parte più interessante di un progetto. Così ho chiesto di parlare direttamente con Chiara, e la nostra chiacchierata è stata esattamente quello che speravo, un confronto libero tra due professioniste che si raccontano per la prima volta.

FIORA- Chiara Andreatti x l’Opificio

C'è una parte del lavoro di un designer che non arriva quasi mai sulle pagine dei magazine, ed è tutto quello che succede prima del prodotto finito. Le prove scartate, i segni accumulati, il tempo che il tessuto non mostra.

l'Opificio è una manifattura tessile torinese, e Torino non è un dettaglio biografico ma una parte sostanziale della sua identità. La città ha con la produzione un rapporto diverso da quello di Milano, meno proiettato sulla comunicazione e più radicato nella cultura del fare, e l'azienda lavora dentro questa tradizione con scelte precise: una filiera interamente italiana, processi produttivi privi di formaldeide e sostanze nocive, l'adesione alla rete Slow Fiber che promuove una cultura del tessile sostenibile lungo tutta la produzione. Al Salone del Mobile 2026 ha presentato tre nuove collezioni firmate da Chiara Andreatti, Incisa, Signum e Fiora, tutte realizzate con la tecnica del lampasso, una tessitura storica a più trame che permette di costruire il disegno direttamente nella struttura del tessuto invece di stamparlo in superficie, esposte in uno stand progettato da STUDIOTAMAT come un laboratorio tessile, con un grande tavolo da lavoro al centro e il tessuto trattato per quello che è, materia di ricerca prima che prodotto finito. È una distinzione che può sembrare tecnica ma che in realtà è concettuale, perché un disegno tessuto non è un'immagine applicata sopra una superficie, è costruito filo per filo insieme al tessuto stesso, e questo cambia il modo in cui reagisce alla luce, al tatto, allo spazio. Le tre collezioni non nascono come una famiglia di varianti dello stesso linguaggio, e questa è la prima cosa che Chiara ha voluto chiarire: sono tre mondi estetici autonomi, tre origini diverse del segno, pensati per offrire livelli differenti di neutralità e presenza. Ed è proprio da qui che ho voluto cominciare.

MAKEYOURHOME Hai elaborato molte più proposte di quelle che l' Opificio ha poi selezionato. Come descriveresti il momento zero di questo progetto: c'era qualcosa di preciso che avevi in testa, un'immagine, una sensazione, o è stato un processo più aperto, fatto di tentativi e accumulo?

CHIARA ANDREATTI L'idea iniziale era quella di creare più collezioni con un'identità forte e riconoscibile, senza necessariamente sviluppare una famiglia di disegni che parlasse lo stesso linguaggio declinato in varianti diverse. Mi interessava invece offrire una scelta tra mondi estetici differenti, costruendo proposte autonome: grandi segni grafici alternati a texture più fitte o più rarefatte, capaci di generare atmosfere diverse e livelli differenti di neutralità e presenza. Per Incisa sono partita da una texture che evocava al tempo stesso una superficie marmorea o una corteccia. Volevo ricreare una venatura ritmica, scandita da un disegno astratto dotato di una forza intrinseca, simile a quella che si ritrova nei segni della natura. Cercavo un andamento vibrante, un gesto vivo; l'introduzione di una leggera inclinazione ha ulteriormente accentuato il dinamismo della composizione. Fiora, invece, nasce da un disegno realizzato con il gessetto grasso. Successivamente il segno è stato elaborato digitalmente, mantenendo però tutte le irregolarità e le imperfezioni del tratto manuale, che ne costituiscono il carattere distintivo. Signum deriva da una serie di sperimentazioni con il tratto a penna digitale. Attraverso sovrapposizioni e giochi di sormonto, il segno ha acquisito una dimensione quasi tridimensionale, costruendo profondità e movimento. Naturalmente il processo è stato aperto e ha richiesto numerose prove prima di arrivare alle versioni definitive. Insieme all'azienda abbiamo valutato sia gli aspetti espressivi sia quelli tecnici, fino a individuare queste tre proposte come le più efficaci e rappresentative.

MAKEYOURHOME Nel tuo processo il segno manuale sembra venire prima di tutto il resto. Come funziona poi il passaggio alla struttura del lampasso? Cosa si trasforma in quel salto e cosa invece rimane del gesto originale?

CHIARA ANDREATTI Fiora è quella che deriva direttamente da un disegno realizzato a gessetto grasso colorato. Successivamente ho lavorato il segno in digitale, applicando fondali cromatici e introducendo sfumature più rarefatte per enfatizzare alcune partizioni del disegno e creare una maggiore profondità visiva, mantenendo però intatta la qualità materica e spontanea del tratto originale. Il passaggio dal disegno alla struttura del lampasso è stato il risultato di un dialogo molto stretto con l'ufficio tecnico dell'azienda, che mi ha aiutato a tradurre le mie intenzioni progettuali nel linguaggio della tessitura a telaio. In generale, la matrice dei disegni è rimasta molto fedele agli originali: ciò che cambia è il modo in cui il segno viene interpretato attraverso la costruzione tessile, acquistando corpo, rilievo e una diversa percezione della luce. Nel caso di Fiora abbiamo sviluppato una struttura tridimensionale in velluto che conferisce ai fiori movimento e una particolare ricchezza tattile. In Signum, invece, il disegno è rimasto pressoché invariato rispetto alla versione digitale; la trasformazione più evidente riguarda la lettura del segno attraverso la griglia del telaio, dove i punti di tessitura diventano quasi dei micro-pixel che aggiungono una nuova dimensione materica senza alterarne l'identità. Per Incisa il contributo dell'ufficio tecnico è stato particolarmente interessante: hanno individuato una soluzione tessile che ho apprezzato molto perché è riuscita a enfatizzare ulteriormente il carattere del disegno, rendendolo più tridimensionale e profondo. La texture originale, ispirata alle venature naturali, ha così acquisito una presenza ancora più intensa, grazie al modo in cui la luce interagisce con la superficie del tessuto e ne mette in risalto le variazioni. Quello che rimane costante in tutte e tre le collezioni è il carattere del gesto iniziale: il ritmo, le imperfezioni e la sua energia. La tessitura non sostituisce il segno, ma lo interpreta attraverso un altro linguaggio, arricchendolo di profondità, struttura e presenza fisica.

"Mi interessava offrire una scelta tra mondi estetici differenti, costruendo proposte autonome, capaci di generare atmosfere diverse e livelli differenti di neutralità e presenza." Chiara Andreatti

MAKEYOURHOME l' Opificio è un'azienda con una storia manifatturiera profondamente legata a Torino, una città con un rapporto con la materia e con la produzione molto diverso da Milano. Hai sentito questa differenza mentre lavoravi? In qualche modo Torino, o l'identità dell'azienda, ha orientato le tue scelte?

CHIARA ANDREATTI Sì, credo che questa differenza si percepisca. Nell'immaginario collettivo Torino è una città profondamente legata alla manifattura, alla produzione e a una certa idea di eccellenza artigianale italiana. Quando ho iniziato a lavorare al progetto ho pensato subito al mondo delle antiche filande, alla lavorazione della seta e dei broccati, a quella tradizione tessile che ha segnato la storia del territorio e che racconta una cultura del fare profondamente radicata. Sono immagini che evocano una forte italianità, legata ai luoghi, alla storia e al valore della manifattura. Anche visitare lo showroom dell'Opificio ha contribuito a rafforzare questa impressione. Si trova nel cuore di un quartiere storico della città, circondato da palazzi antichi che conservano ancora una forte memoria del passato. È un contesto in cui si respira una certa atmosfera, fatta di storia, materia e tradizione, e credo che tutto questo abbia inevitabilmente influenzato il mio approccio al progetto. Sicuramente uno degli aspetti che mi ha spinto ad accettare questa collaborazione è stata proprio la storicità dell'azienda e il suo straordinario know-how produttivo. Lavorare con una realtà che possiede una conoscenza così approfondita della tessitura significa confrontarsi con una cultura materiale autentica, capace di trasformare un'idea progettuale in un prodotto di grande qualità. Sapere di poter contare su questa competenza mi ha dato la libertà di esplorare segni e soluzioni differenti, con la certezza che sarebbero stati interpretati e valorizzati al meglio attraverso il linguaggio del tessuto.

MAKEYOURHOME Quando immagini questi tessuti in uno spazio, cosa vedi esattamente? Una luce, una stanza, un momento della giornata?

CHIARA ANDREATTI Li immagino soprattutto inseriti in ambienti dal carattere senza tempo: grandi tende che filtrano la luce oppure rivestimenti tessili per poltrone, divani e piccoli pouf all'interno di stanze, magari in un palazzo storico. Con luce naturale molto precisa, quella del sole che entra da grandi finestre e attraversa lo spazio creando continui effetti di chiaroscuro. Mi piace pensare a un momento della giornata in cui la luce è morbida e radente, capace di far emergere la materia del tessuto, le sue tridimensionalità e le variazioni del disegno. Forse è proprio questo che immagino: uno spazio in cui il tessuto non sia solo un elemento decorativo, ma contribuisca a costruire l'atmosfera dell'ambiente, con la storia del luogo e con il passare delle ore.

INCISA - Chiara Andreatti x l’Opificio

L'ultima domanda è quella a cui tenevo di più, perché sposta il tessuto dal tavolo di lavoro allo spazio abitato, che poi è il punto in cui il lavoro di una textile designer incontra il mio. Le risposte di Chiara confermano quello da cui siamo partiti: il tessuto sta riconquistando un ruolo progettuale che per anni gli è stato negato, relegato com'era all'ultimo capitolo del progetto, quello delle finiture. Raccontano un processo in cui il disegno e la tessitura si trasformano a vicenda, in cui il gesto libero ha bisogno del telaio per acquistare corpo e il telaio ha bisogno del gesto per non ripetersi, e raccontano anche una cosa che vale oltre questo progetto: che la competenza tecnica di un'azienda non è un vincolo per chi disegna, è la condizione della sua libertà. Chiara ha potuto esplorare segni e soluzioni differenti proprio perché sapeva che dietro c'era un know-how capace di interpretarli, ed è un rovesciamento che il nostro settore dovrebbe tenere a mente ogni volta che oppone creatività e manifattura come se fossero due mondi in tensione. Incisa, Signum e Fiora sono tre mondi estetici autonomi, ma dicono insieme la stessa cosa, che un tessuto ben progettato non arreda uno spazio, lo costruisce.

La competenza tecnica di un'azienda non è un vincolo per chi disegna, è la condizione della sua libertà. Il gesto libero ha bisogno del telaio per acquistare corpo, il telaio ha bisogno del gesto per non ripetersi.

Images courtesy of l'Opificio

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