Forse ognuno dovrebbe progettarsi la propria casa da solo. L'AI sta rendendo vera questa provocazione?

Qualche anno fa ho scritto che forse ognuno dovrebbe progettarsi la propria casa da solo. È una provocazione ma con fondamenta solide. Non perché il progetto non serva, ma perché la casa resta uno dei pochi luoghi in cui il gesto progettuale è inevitabilmente intrecciato all'emotività, alle abitudini, alle contraddizioni personali. Un territorio che nessuna competenza tecnica può davvero neutralizzare. La casa è il luogo in cui viviamo la parte meno performativa di noi stessi. È dove si accumulano gesti ripetuti, ossessioni minime, rituali invisibili. Per questo ho sempre pensato che il progetto domestico sia prima di tutto un gesto profondamente personale. Il progettista può entrare in questo spazio come mediatore, interprete, traduttore tra desideri, vincoli economici e fattibilità. Ma non lo governa mai del tutto. Forse è anche per questo che, quando qualcuno mi dice "se vedessi casa mia la giudicheresti", mi viene spontaneo rispondere che ognuno della propria casa può fare quello che vuole.

Immagine generata con AI

Non esiste un gusto universale, né un modo corretto di abitare. L'idea che un certo linguaggio estetico o una certa modalità di vita debbano diventare modello è una semplificazione rassicurante, ma profondamente distante dalla realtà.

Parto da qui perché è da qui che, negli ultimi mesi, ho iniziato a osservare con più attenzione ciò che sta accadendo con l'intelligenza artificiale nel nostro lavoro. Non dal punto di vista degli strumenti, tema su cui si è già detto moltissimo, ma da quello della relazione tra architetto e cliente. Negli ultimi sei o sette mesi l'AI è entrata in modo strutturale nel mio workflow: immagini, testi, conversazioni strategiche. Non ne sono spettatrice diffidente, ma parte attiva di questo cambiamento. Proprio per questo sento il bisogno di interrogarmi su ciò che sta producendo a livello culturale e professionale, più che operativo. Negli ultimi mesi mi sono trovata davanti a situazioni in cui la fiducia, elemento fondante del rapporto tra cliente e progettista, ha iniziato a spostarsi. Non a rompersi, ma a cambiare direzione. In alcuni casi, la validazione non passava più solo dalla relazione umana, ma da una conferma esterna, algoritmica, percepita come più oggettiva. In altri, il progetto veniva rielaborato autonomamente dal cliente attraverso immagini generate artificialmente, creando un immaginario già definito prima ancora che il processo progettuale fosse realmente iniziato. Qui non si tratta di essere favorevoli o contrari all'AI. Si tratta di prendere atto che qualcosa si è modificato nella gestione della complessità progettuale e nella costruzione della fiducia. Non è un caso che anche a livello internazionale il dibattito si stia spostando. Il Royal Institute of British Architects (RIBA), in uno dei suoi recenti report prospettici, osserva come l'intelligenza artificiale ponga alla professione domande più profonde di qualsiasi altro cambiamento tecnologico recente. Non tanto su come progettare, ma su che cosa significhi oggi essere architetti. Molti magazine e osservatori del settore sottolineano come il punto non sia più l'adozione di nuovi tool, ma il fatto che il cliente possa oggi esplorare, visualizzare e simulare autonomamente idee progettuali. Il progetto non è più solo un processo guidato, ma uno spazio condiviso e a volte conteso di immaginari. Per chi, come me, ha sempre vissuto il progetto come un percorso aperto, non come un'immagine definitiva, questo spostamento è tutt'altro che neutro. Un'immagine troppo definita (e troppo presto) non è solo una promessa estetica: è una costruzione psicologica che rende molto più fragile la relazione con la realtà, fatta di imprevisti, compromessi, aggiustamenti continui. Il cambiamento, oggi, non è nello strumento. È nel modo in cui la fiducia si costruisce, si negozia e, a volte, si delega.

Le domande che dovremmo porci

Questa trasformazione solleva interrogativi che vanno oltre la tecnica e toccano l'essenza stessa del nostro ruolo. Non sono domande a cui si può rispondere una volta per tutte, ma nodi su cui vale la pena sostare.

Il paradosso della democratizzazione. L'AI promette di rendere il progetto accessibile a tutti, eppure rischia di appiattirlo su immaginari pre-confezionati. Quanto del "progettare autonomamente" è davvero autonomia, e quanto è invece conformarsi a ciò che l'algoritmo ha già digerito da milioni di immagini? Il cliente che genera rendering con l'AI sta esprimendo un desiderio autentico o sta scegliendo dentro un menù invisibile, fatto di stili dominanti e soluzioni già viste?

La velocità contro il tempo della maturazione. L'AI accelera l'immaginario, ma il progetto domestico ha bisogno di tempo per sedimentare. Come cambia il rapporto quando il cliente arriva già con cinquanta varianti generate in un pomeriggio, invece che con desideri ancora informi? Stiamo perdendo quella fase di nebulosa creativa in cui cliente e architetto costruiscono insieme un linguaggio, prima ancora di definire una forma?

Il progettista come curatore o come autore? Se il cliente porta immaginari già visualizzati, l'architetto diventa curatore di possibilità altrui più che autore di una visione? E questo è necessariamente negativo, o può essere una nuova forma di collaborazione? Forse il nostro ruolo si sta spostando dal "creare visioni" al "filtrare, contestualizzare, tradurre in realtà costruibile". È una perdita o semplicemente un'evoluzione?

La gestione del fallimento come parte del processo. L'immagine generata dall'AI è sempre "bella" o quantomeno coerente. Ma il progetto reale si nutre anche di tentativi sbagliati, di soluzioni che sulla carta funzionano e dal vivo no. Come si gestisce la delusione quando l'aspettativa è stata costruita su rendering perfetti e istantanei? Stiamo preparando i clienti a convivere con l'imperfezione necessaria del costruito, o stiamo alimentando aspettative che nessun cantiere potrà mai soddisfare?

Chi possiede il linguaggio del progetto? Se un tempo l'architetto mediava tra desiderio e forma attraverso schizzi, disegni tecnici, riferimenti culturali, oggi il cliente può bypassare questa mediazione. Ma questo significa davvero comprensione del progetto, o solo consumo di immagini? C'è il rischio che si perda la capacità di "leggere" un progetto in divenire, di coglierne le potenzialità oltre l'apparenza immediata?

Forse sì, arriveremo a costruire strumenti sempre più sofisticati perché le persone possano progettarsi la propria casa da sole. Forse saremo proprio noi a farlo. La domanda che mi interessa non è se accadrà, ma che tipo di ruolo resterà al progetto quando l'immaginario non sarà più solo da guidare, ma da condividere e rimettere continuamente in discussione. Credo che la risposta sta nel riconoscere che il nostro lavoro è sempre stato, in fondo, un atto di negoziazione: tra desiderio e vincolo, tra visione e realtà, tra l'idea di casa che abbiamo in mente e quella che effettivamente viviamo. In questo senso, la provocazione del "progettarsi la casa da soli" diventa meno utopica e più concreta. Non perché sia davvero possibile fare a meno dell'architetto, ma perché l'architetto deve accettare di essere parte di un dialogo più orizzontale, meno gerarchico. Dove la competenza non è più solo tecnica, ma relazionale. Dove saper ascoltare un immaginario generato dall'AI è importante quanto saperlo interpretare, contestualizzare, e quando necessario, decostruire. Ed è da qui che, secondo me, vale la pena ripartire: non dalla difesa di un ruolo, ma dalla costruzione di una nuova forma di fiducia, più esplicita, più condivisa, più onesta rispetto alla complessità che attraversiamo tutti in questo momento di passaggio.


Tutto questo mi porta a una riflessione più ampia, che va oltre l’AI e tocca il modo in cui oggi circolano idee, immagini e contenuti.

Per anni abbiamo lavorato sull’apertura totale: accesso, condivisione, democratizzazione. Oggi, però, in un contesto di sovrapproduzione e iper-accesso, il problema non è più entrare, ma orientarsi. Capire cosa ha valore, cosa merita tempo, cosa va approfondito davvero. È qui che torna una parola scomoda ma necessaria: gatekeeping. Non come gesto elitario, ma come atto di cura. Non per escludere, ma per filtrare. Per creare spazi in cui la complessità non venga semplificata fino a sparire e in cui il pensiero non venga ridotto a immagine o slogan. Se la fiducia nel progetto oggi va rinegoziata, lo stesso vale per i contenuti. Servono contesti in cui non tutto è immediato, non tutto è gratuito, non tutto è per tutti. Spazi in cui il valore non sta nella quantità, ma nella continuità, nella coerenza, nella profondità dello sguardo. È da questa esigenza che nasce l’Observatory: come luogo di osservazione, selezione e approfondimento. Non un archivio infinito, ma un ambiente filtrato, pensato per chi sente il bisogno di andare oltre la superficie. Sul magazine continuano a convivere contenuti gratuiti e spazi di approfondimento. Analizziamo brand, progetti di lifestyle e interior design, osserviamo linguaggi e trasformazioni del mondo dell’abitare, sempre con lo sguardo curatoriale di makeyourhome. È il luogo dell’esplorazione aperta, dell’osservazione continua, del racconto. Qui sotto trovi gli ultimi articoli pubblicati sul profilo, che ampliano alcune delle riflessioni di questa newsletter.

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Roberta

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