Hyfer Objects eleva gli scarti a minimalismo scultoreo.

Cosa succede quando smettiamo di vedere i materiali di scarto come la fine di qualcosa e iniziamo a guardarli come l'inizio di altro? Quando ciò che è considerato rifiuto, frammento dimenticato, ritaglio di produzione diventa invece il punto di partenza per creare oggetti di design che ridefiniscono il nostro rapporto con la materialità e la sostenibilità? È da questa domanda che nasce Hyfer Objects, studio di design con sede a Stoccolma che ha fatto della trasformazione dei materiali scartati non solo una pratica produttiva, ma un vero e proprio manifesto progettuale. Fondato dal trio scandinavo composto da Kristina Tjäder, Sara Stendebakken e Axel Anderson, Hyfer Objects parte da una convinzione forte: la vera innovazione risiede sotto la superficie di ciò che è trascurato, dimenticato, considerato inutile. E come le ife fungine da cui prende il nome, questo studio lavora nell'ombra per nutrire un nuovo ecosistema del design, uno in cui nulla è davvero spreco ma tutto può diventare risorsa.

Image courtesy of Hyfer Objects

"Settanta percento di scarti di legno dalle foreste scandinave e baltiche. Quello che per altri è rifiuto, per noi è materia prima preziosa"

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"Come le ife, creiamo connessioni - tra materiali, persone, idee e tempo. Ogni decisione fa parte di un ecosistema più ampio"

Il nome stesso, Hyfer, deriva dalla parola svedese per Hyphae, quella rete di micelio fungino che forma le fondamenta invisibili del mondo naturale. Le ife restano nascoste sotto la superficie finché non appare il fungo, e questa metafora biologica descrive perfettamente l'approccio dello studio: guardare più in profondità, scoprire il potenziale nascosto in materiali che passano inosservati, elevarli a nuova vita attraverso il design contemporaneo. È un'immagine potente che racconta molto della filosofia di Hyfer Objects, una filosofia ancorata nel minimalismo scultoreo ma spinta da una visione radicale secondo cui il design riguarda la creazione consapevole e la responsabilità senza tempo. Non si tratta di fare greenwashing o di seguire una moda passeggera della sostenibilità, ma di ripensare dalle fondamenta il modo in cui materiali e oggetti sono valutati, usati e rinati per un futuro davvero sostenibile.

L'ispirazione arriva dall'intelligenza silenziosa della natura, dalla sua straordinaria capacità di trasformare il decadimento in fertilità, le fini in inizi. Nella foresta nulla è spreco: le foglie cadute nutrono il terreno, ogni albero morto diventa culla per nuova vita, ogni elemento apparentemente inutile ha un ruolo preciso nel ciclo vitale. Hyfer Objects studia proprio questo, l'apparentemente inutile: gli scarti di produzione, i materiali dimenticati, i frammenti scartati dall'industria. In essi vedono storie che aspettano di essere raccontate di nuovo, potenziale che aspetta solo di essere riconosciuto e valorizzato. E come le ife creano connessioni sotterranee tra gli alberi di una foresta, permettendo loro di comunicare e nutrirsi a vicenda, così Hyfer Objects crea connessioni tra materiali, persone, idee e tempo. Ogni decisione, ogni design, ogni relazione fa parte di un ecosistema più ampio in cui lo studio collabora apertamente, pensa sistemicamente e progetta non solo per funzione o bellezza, ma per le relazioni tra materiali, ambienti e utenti.

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Il materiale principale utilizzato nei loro mobili è emblematico di questo approccio: consiste in circa il settanta percento di scarti di legno provenienti dalle industrie forestali scandinave e baltiche, combinati con un biopolimero riciclato. Quello che per qualcuno è un rifiuto di produzione, per Hyfer Objects diventa materia prima preziosa. E c'è di più: questo materiale immagazzina anidride carbonica durante tutto il suo ciclo di vita, finché non viene bruciato. Anche quando un prodotto raggiunge la fine della sua vita a causa di danni o usura, il materiale può essere riciclato e riutilizzato, aiutando a mantenere il carbonio immagazzinato e il materiale in un ciclo circolare. È design pensato per durare, ma anche design pensato per trasformarsi, perché come dicono loro stessi, il decadimento non è morte ma trasformazione. I prodotti non sono fissi, sono in pausa in un ciclo continuo. Modularità, riuso, riparabilità, future reincarnazioni dei design: ogni oggetto porta potenziale oltre la sua prima vita. Questa filosofia si concretizza in oggetti che sono tanto espressione estetica quanto dichiarazione etica. La prima collezione di lampade di Hyfer Objects, realizzata interamente in Svezia, è un esempio perfetto di come sostenibilità radicale e raffinatezza formale possano convivere senza compromessi. Le lampade sono disponibili in due materiali, chiamati vaniglia e lino, entrambi frutto di una ricerca attenta su biopolimeri e fibre naturali. La versione vaniglia è realizzata in biopolimeri riciclati e fibre di cellulosa, mentre il colore lino combina biopolimeri con il quaranta percento di fibre di legno provenienti da sottoprodotti dell'industria forestale svedese. Questa miscela di materiali naturali conferisce alle lampade un aspetto e una sensazione tattile e organica che le distingue immediatamente dalla produzione industriale standardizzata. Ma quello che davvero fa la differenza è che tutte le parti delle lampade sono riciclabili e sostituibili, stabilendo un nuovo standard per la sostenibilità nell'illuminazione. Non è solo questione di usare materiali riciclati, ma di progettare per la circolarità fin dall'inizio.

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La lampada Kakta è forse il pezzo più iconico di questa prima collezione, un oggetto che sintetizza perfettamente l'approccio dello studio. Raffinata ma espressiva, porta calore e carattere in qualsiasi spazio senza mai risultare invadente. La sua forma scultorea trae ispirazione dai pattern naturali, evocando i fondali sabbiosi ondulati dal vento o la superficie testurizzata di un cactus, da cui prende il nome. Non è mimetismo naturalistico ma interpretazione poetica, una traduzione formale di ritmi e texture che troviamo in natura. Realizzata dal composito di legno bio-based di cui abbiamo parlato, la Kakta offre una sensazione tattile che invita al contatto, una fisicità che ti fa venir voglia di toccarla, di sentire sotto le dita quella superficie che racconta la sua origine da materiali recuperati. Ed emette una luce calda e soffusa che non è solo funzionale ma crea atmosfera, trasforma gli spazi, dialoga con l'architettura. Quello che colpisce della Kakta, e in generale del lavoro di Hyfer Objects, è che non c'è mai quel senso di compromesso che spesso caratterizza i prodotti sostenibili. Non ti stanno chiedendo di accontentarti di qualcosa di meno bello o meno raffinato in nome dell'etica ambientale. Al contrario, stanno dimostrando che lavorare con materiali di scarto, pensare circolare, progettare per la riparabilità può portare a oggetti ancora più interessanti, con una profondità e una storia che i prodotti convenzionali non hanno. La Kakta non è bella nonostante sia sostenibile, è bella anche grazie al modo in cui è pensata e realizzata. C'è un'onestà materica, una sincerità progettuale che si percepisce immediatamente.

Image courtesy of Hyfer Objects

Il riconoscimento come Ispiratore dell'Anno 2026 da parte di Elle Deco Svezia non è arrivato per caso. Come ha scritto la rivista, da Hyfer il design diventa un'interazione tra mano e mente, con oggetti che emergono attraverso sperimentazione e curiosità. Il linguaggio del design ispira lentezza, presenza e una relazione più profonda con ciò che ci circonda, sempre con cura per il pianeta. È una descrizione che coglie perfettamente l'essenza del lavoro dello studio: non design veloce, non oggetti usa e getta mascherati da sostenibili, non operazioni di marketing green. Ma design che chiede tempo, sia per essere creato che per essere vissuto. La visione di Hyfer Objects è semplice nella sua formulazione ma complessa nelle sue implicazioni: creare oggetti eleganti ed esclusivi che stabiliscano un nuovo standard per la sostenibilità trasformando materiali di scarto in oggetti di design. Non è questione di accontentarsi, di fare il meglio possibile con ciò che si ha. È questione di dimostrare che il meglio è possibile proprio attraverso questo approccio radicale. Che lavorare con gli scarti, con i materiali dimenticati, con ciò che viene scartato dall'industria non è un limite ma un'opportunità per spingere i confini dell'espressione artistica, per sperimentare con materiali innovativi e metodi di produzione all'avanguardia. Come dicono loro stessi, prendono ciò che altri scartano, rifiuti e frammenti dimenticati, e li elevano in espressioni audaci di bellezza, scopo e possibilità. Quello che rende il lavoro di Hyfer Objects particolarmente significativo nel panorama del design contemporaneo è che non si limita a produrre oggetti belli e sostenibili. Sta proponendo un cambio di paradigma nel modo in cui pensiamo alla progettazione, alla produzione, al consumo. Sta chiedendo ai professionisti del design di guardare con occhi nuovi a ciò che considerano scarto, di vedere potenziale dove vedono rifiuto, di pensare in cicli invece che in linee rette. E sta dimostrando che questo approccio non è utopistico o ingenuo, ma concretamente realizzabile e capace di produrre risultati esteticamente eccellenti e commercialmente viabili. La lampada Kakta non è un concept, non è un prototipo da fiera, è un prodotto in vendita che puoi mettere nel tuo salotto, nel tuo ufficio, nel tuo progetto. Ed è un prodotto che racconta una storia diversa, una storia in cui il design è strumento di cambiamento, non solo di decorazione.

Come le ife che nutrono gli ecosistemi dal sottosuolo, invisibili ma essenziali, Hyfer Objects lavora per cambiare radicalmente il modo in cui materiali e oggetti sono valutati, usati e rinati per un futuro sostenibile. E in questo lavoro silenzioso ma determinato, stanno creando non solo mobili e lampade, ma nuovi modi di pensare al ruolo del design nella costruzione di un mondo più consapevole e responsabile. Ogni pezzo che producono è una dimostrazione pratica che un altro design è possibile, un design che non deve scegliere tra bellezza e sostenibilità, tra innovazione e responsabilità, tra espressione artistica e cura per il pianeta. Può essere tutto questo insieme, e forse proprio questa complessità, questa ricchezza di significati e intenzioni, è ciò che rende il loro lavoro così ispirante e necessario.

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ALTATTO porta la cucina al centro del progetto architettonico.