MONICS+VIEIRA, Milano e Dubai come un'unica stanza di lavoro.

Ho incontrato Rafaela Vieira in uno degli ultimi giorni che avevo a disposizione a Milano prima di partire per le mie vacanze estive, da The Seed Milano, uno spazio che avevo voglia di vedere, scoperto da poco sui social e di cui presto parlerò, con la stessa curiosità con cui mi avvicino a un progetto o a una persona di cui non conosco ancora tutto. Avevo pensato di unire le due cose, la scoperta del posto e l'incontro con Rafaela, non perché coincidessero nel racconto che avevo in mente, ma perché mi piace l'idea di incontrare qualcuno in uno spazio ibrido che non appartiene né a me né a lei, un terreno neutro in cui nessuna delle due, per una volta, deve essere protagonista di casa propria. Tania Monics, l'altra metà dello studio, in quei giorni era a Dubai, dove MONICS+VIEIRA ha aperto una seconda base nella seconda metà del 2025, e questo mi ha permesso di parlare a lungo con Rafaela di un tema che, mano a mano che la conversazione andava avanti, ho capito essere molto più centrale di quanto pensassi all'inizio del loro modo di lavorare, cioè la distanza, e il fatto che tra loro non sia mai stata percepita come un limite.

MONICS+VIEIRA nasce a Milano nel 2024, fondato da Tania Monics e Rafaela Vieira, e in meno di due anni ha costruito un linguaggio progettuale che si muove con la stessa naturalezza tra il design da collezione e le collaborazioni industriali con marchi internazionali come Moooi Carpets, Grupo Galrão e Mestre Artesão, portando il proprio lavoro in Europa, negli Stati Uniti e in Brasile, dal Salone del Mobile a SaloneSatellite, da Alcova Miami fino al 3daysofdesign di Copenaghen, passando per Marmomac, Lisbon by Design e ABIMAD.

In realtà quello di The Seed non è stato per me un primo incontro in senso assoluto, con Rafaela ci conoscevamo già da anni sui social, uno di quei legami che si costruiscono lentamente scambiandosi contenuti e sguardi sul lavoro dell'altra senza mai essersi viste davvero, finché ad aprile dello scorso anno lei era passata a trovarmi di persona in occasione di un evento, e quello era stato il nostro primo incontro fisico. Ritrovarla ora, con uno studio che nel frattempo aveva costruito un percorso internazionale così solido, ha reso la conversazione ancora più densa, perché non stavo scoprendo una persona da zero ma osservando come un percorso che avevo seguito da lontano avesse preso forma. Rafaela è brasiliana, parla portoghese e lavora abitualmente in inglese con Tania e con i team internazionali con cui lo studio collabora, il suo italiano non è ancora fluente, ma ha comunque scelto di raccontarmi buona parte della conversazione in questa lingua, con lo sforzo di chi vuole davvero farsi capire fino in fondo, un dettaglio piccolo che però dice molto di come questo studio si muove nel mondo, senza mai lasciare che una lingua, un fuso orario o una città diventino un ostacolo alla relazione

Uno studio female founded che ha imparato a misurare la propria credibilità sulla qualità della visione, non sul posizionamento territoriale.

Quello che mi ha colpita, ascoltando Rafaela raccontare il percorso dello studio, non è soltanto la quantità di riconoscimenti arrivati in tempi così brevi, penso all'Archiproducts Design Award 2025 vinto con la collezione Dueto sviluppata per Grupo Galrão, o alla selezione di Other Circle per portare la Toast Chair al 3daysofdesign, ma il modo in cui questi risultati sembrano essere la conseguenza naturale di un metodo di lavoro che non ha mai avuto bisogno di uno spazio fisico condiviso per esistere. In un momento storico in cui il design collectible sembra ancora legato all'idea romantica dell'atelier, del tavolo comune, della presenza fisica come garanzia di autenticità creativa, MONICS+VIEIRA racconta una storia diversa, quella di due designer che hanno scelto di costruire un linguaggio coerente pur lavorando su fusi orari distanti, e che in questo hanno trovato non un compromesso ma una condizione di lavoro che restituisce loro il tempo e la lucidità necessari per pensare bene, prima ancora che per produrre.

Le due collezioni più recenti dello studio raccontano bene questa attitudine alla ricerca lenta e stratificata. KAEN, Design Rituals, presentata al Salone del Mobile 2026 in una location riservata e non svelata, indaga i rituali emergenti di connessione tra persone, oggetti e spazio, con il fuoco come elemento centrale attorno a cui costruire un'atmosfera controllata e intenzionale, fatta di luce soffusa, calore sottile e movimento silenzioso, in cui ogni pezzo, realizzato a mano da artigiani con una finitura minerale e una miscela di metallo liquido che restituisce una superficie bilanciata e appena riflettente, propone uno spostamento dal consumo alla contemplazione. Melts Like Butter, presentata tra Salone del Mobile, Salone Satellite, Design Miami e Art Basel, Alcova Miami e Other Circle, nasce invece da una riflessione poetica sul processo, ispirata alla lavorazione tradizionale del burro, in cui pazienza, ritualità e cura diventano metafora dell'atto stesso di progettare, con la Butter and Bread Chair interamente smontabile, pensata per un assemblaggio flat pack che non richiede macchinari pesanti, finita con un trattamento ceramico artigianale applicato a mano strato dopo strato.

Il desiderio che muove questa coppia del design è la volontà condivisa di costruire, attraverso il design, un mondo più armonico.

Questa è la sintesi con cui MONICS+VIEIRA racconta sé stesso, ed è anche la lente attraverso cui, dopo quella conversazione, ho iniziato a leggere il loro lavoro, non come la somma di due percorsi individuali messi insieme, ma come un metodo che tiene dentro la distanza fisica, la differenza linguistica, la geografia sparsa tra Milano e Dubai, e che riesce comunque a restituire una voce progettuale unica, riconoscibile, capace di reggere il confronto con studi che lavorano fianco a fianco ogni giorno. Mi sono chiesta, tornando a casa, quanto della nostra idea di collaborazione creativa sia ancora legata a un'immagine ottocentesca dell'atelier condiviso, e quanto invece il lavoro contemporaneo, soprattutto quello femminile e indipendente, stia già dimostrando che la coerenza di un linguaggio non nasce dalla prossimità fisica ma dalla qualità della visione che due persone riescono a costruire insieme, indipendentemente da dove si trovino quando lavorano. È una domanda che, in un'estate in cui anche io mi sto interrogando su cosa significhi davvero restare in un luogo o poterlo lasciare senza perdere la propria identità professionale, mi porto a casa con più cura del solito.

The Seed, intanto, ha fatto esattamente quello che speravo, si è tenuto sullo sfondo senza pretendere di diventare protagonista, e mi ha lasciato lo spazio per ascoltare una storia che parla di design, ma soprattutto di quanto oggi l'idea di un'appartenenza esclusiva a un territorio sia diventata, per chi progetta davvero in modo contemporaneo, una categoria un po' superata.

Image courtesy of MONICS+VIEIRA

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A casa di Luca, un rifugio nella campagna umbra.