Gllìa è un brand italiano di superfici, finiture e componenti per l’interior design fondato a Roma nel 2026 da Eleonora Galli, che arriva al progetto dopo anni di lavoro nell’architettura e negli interni con Cantiere Galli Design e le attività imprenditoriali di famiglia, e che ha affidato la direzione creativa allo studio romano Næssi di Eleonora Carbone e Alessandro D’Angeli. Il brand è costruito su due livelli, l’Archivio, una selezione ristretta di elementi che va dal cotto artigianale alle ceramiche smaltate, dal parquet alla rubinetteria in acciaio, tenuta insieme da una palette ridotta e da materiali pensati per durare oltre le stagioni, e le Collaborazioni, capitoli autonomi in cui di volta in volta il brand sviluppa collezioni inedite insieme a designer, architetti, artisti e artigiani. Fòlia, presentata a Milano a fine ottobre, è la prima di queste Collaborazioni, e il brand ha scelto di affidarla proprio ai suoi art director. È una scelta che probabilmente serve anche a mettere in chiaro il metodo con cui verranno costruiti i capitoli successivi, perché chi ha disegnato l’identità di Gllìa è anche chi conosce meglio il punto di partenza da cui ogni nuova collaborazione dovrà muoversi.
Fòlia non nasce per il cotto. È il nome di una ricerca che Næssi porta avanti dal 2023, quando lo studio aveva sviluppato con il supporto di Devoto Design una serie di arredi che dal 2025 fanno parte della Collezione di Design del MAXXI di Roma, e il punto di partenza è sempre lo stesso, l’osservazione delle nervature e delle fibre che disegnano petali e foglie. Sono superfici sottili e apparentemente fragili che, attraverso pieghe, curvature e piccole variazioni, acquistano una complessità strutturale molto maggiore di quella che il loro spessore lascerebbe immaginare. Lo studio racconta Fòlia come una ricerca sulle superfici capace di attraversare materiali e tecniche diverse, ed è questo il passaggio che rende la collezione per Gllìa interessante, perché nel cotto la forma tridimensionale della foglia non viene riprodotta ma tradotta in segno, in una sequenza di linee curve, parallele e ripetute che compongono un pattern.
Il vero soggetto della collezione è la fuga. Nella storia recente delle superfici ceramiche la fuga è stata trattata quasi sempre come un residuo tecnico da ridurre al minimo, una linea da rendere sottile e invisibile, fino alle grandi lastre rettificate posate a pochi millimetri l’una dall’altra per ottenere l’effetto di un piano continuo. Fòlia ribalta questa idea e la mette al centro, lavorando, come spiegano i designer, sulla relazione tra pieni e vuoti, tra il cotto e la fuga, tra la materia e la distanza che separa un elemento dal successivo. I sette elementi della collezione sono organizzati in tre famiglie che esplorano questo rapporto in direzioni quasi opposte. Nella prima, fatta di listelli stretti e allungati, le estremità ondulate allargano visivamente lo spazio tra un pezzo e l’altro e lasciano alla stuccatura un ruolo attivo, tanto che nelle immagini della presentazione la fuga in tono caldo sul cotto bianco disegna un secondo motivo, sottile e irregolare, che sembra tracciato a mano. La seconda fa il contrario e lavora sull’incastro, con un pattern fitto e quasi monomaterico in cui la fuga si riduce fino a scomparire.
Per anni la fuga è stata un residuo tecnico da rendere invisibile. Fòlia la tratta come materia di progetto e traduce la foglia in un segno che vive tanto nel cotto quanto nello spazio tra un elemento e l’altro, lasciando al progettista la scelta di quanto farlo parlare.
La terza famiglia è quella che lavora in modo più diretto sulla memoria del rivestimento, perché nasce dalla deformazione del modulo quadrato 20 per 20, l’archetipo della piastrella che chiunque ha visto nella cucina o nel bagno di una casa italiana, piegato lungo i lati fino a diventare un quadrilatero ondulato. Combinati secondo schemi diversi, questi elementi generano pattern orientati lungo le diagonali, in cui la griglia ortogonale del pavimento tradizionale resta riconoscibile ma sembra attraversata da un movimento, come una superficie d’acqua o un tessuto appena teso. Per la presentazione Gllìa ha scelto di montare porzioni di posa dentro grandi cornici bianche appoggiate su basi impilate, trattandole come quadri più che come campionature. È una scelta coerente con il modo in cui i designer descrivono la collezione, che eredita il segno delle forme botaniche traducendolo in senso pittorico, ma che porta con sé una piccola contraddizione, perché la cornice rende il cotto un oggetto da guardare a distanza mentre Fòlia è pensata per pavimenti e rivestimenti, interni ed esterni, anche su superfici curve e in contesti storici. Funziona come dispositivo di lettura, a patto di ricordare che la vera prova sarà la superficie posata, calpestata e vissuta.
Il carattere della collezione si decide però nella materia, e nel confronto tra il rigore del disegno e l’irregolarità naturale del cotto. Ogni elemento viene realizzato a mano dentro sagome sviluppate appositamente per la collezione e cotto in fornace, con argille locali selezionate tra Lazio e Umbria e tecniche tradizionali che appartengono al sapere degli artigiani del territorio, e la superficie viene poi carteggiata a mano fino a ottenere una finitura levigata che lascia comunque visibili le variazioni e le imperfezioni della materia. Durante la presentazione Eleonora Carbone mostrava proprio le sagome in cui l’argilla viene impastata e pressata, un pezzo alla volta, raccontando come per lo studio il difetto non sia un margine di tolleranza da accettare ma una parte del progetto stesso. Imperfezione è una parola che il mercato del design ha consumato in fretta negli ultimi anni, diventata quasi una finitura da catalogo, e vale la pena chiedersi quando sia ancora credibile. In Fòlia lo è per una ragione precisa, perché il disegno è talmente rigoroso, con le sue onde regolari e le sue simmetrie, che ogni scarto della mano si misura rispetto a una linea esatta. Non è l’irregolarità generica del fatto a mano, è la distanza leggibile tra il segno progettato e quello che l’argilla ha deciso di fare.
Notes from makeyourhome
→ Conosco Eleonora e Alessandro da diversi anni e ho seguito da vicino il loro percorso di ricerca. Hanno sempre giocato con il disegno, con le linee, con le curve, ma in Fòlia c’è qualcosa in più, perché la materia che hanno scelto è imperfetta per natura e porta la loro sperimentazione su un piano diverso, in cui il controllo del segno deve fare i conti con quello che l’argilla accetta di fare.
→ La parte che mi è piaciuta di più della presentazione è stata ascoltare Eleonora raccontare come l’argilla viene impastata, messa in forma e lavorata pezzo per pezzo. Davanti alle sagome si capisce che ogni elemento è davvero unico, e che parlare di difetto come parte del progetto, in questo caso, non è una formula.
→ Scelgo senza esitazione il Bianco Gllìa, che è caldo, polveroso e lontanissimo dal bianco ottico delle ceramiche industriali. Lo vedo bene accanto ai legni chiari e ai tessuti naturali con cui vivo, e mi incuriosisce immaginarlo in un intervento su un edificio storico, dove il confronto con l’esistente è parte della collezione stessa.
Anche il colore viene dalla terra prima che dal progetto. Le cinque tonalità della collezione, Bianco Gllìa, Antracite, Giallo Tenue, Rosato e Rosso, nascono dalla selezione delle argille naturali, che definiscono le nuance e il carattere materico di ogni superficie. Il bianco, che porta il nome del brand, è la scelta più spiazzante, perché nell’immaginario comune il cotto coincide con il rosso aranciato dei pavimenti di campagna e delle terrazze, e un cotto bianco obbliga a guardare il materiale per quello che è e non per l’immagine che ne abbiamo. Lo studio racconta di aver cercato a lungo un’argilla che fosse bianca per natura, senza costruire quel colore in un secondo momento, e il risultato, nelle immagini ravvicinate, è una superficie calda e polverosa, con piccole venature e affioramenti di tono che ricordano più un intonaco a calce che una ceramica.