ALTATTO porta la cucina al centro del progetto architettonico.

Portare la cucina al centro non è solo una scelta funzionale. Nel nuovo ALTATTO, il ristorante vegetale milanese, la cucina a vista diventa il nucleo attorno al quale Nicola Lorini ha costruito l'intero progetto architettonico. Fondato da Cinzia De Lauri e Sara Nicolosi, ALTATTO si presenta oggi in una veste completamente ripensata dove il gesto del cucinare non è più qualcosa da celare ma diventa linguaggio di accoglienza, esperienza condivisa, elemento architettonico che definisce lo spazio. Il progetto architettonico porta la firma di Nicola Lorini, artista e designer fondatore di The Present Tense, che in stretta collaborazione con le chef e con il supporto tecnico dell'architetta Cristina Raimondi ha dato forma a uno spazio dove cucina e architettura dialogano in modo paritario, dove ogni elemento partecipa alla costruzione di una dimensione estetica e sensoriale coerente.

Foto Federico Floriani

"Ricerca gastronomica e architettura si incontrano su un terreno comune: il rispetto per il gesto artigianale"

Nicola Lorini proviene dal mondo dell'arte contemporanea e ha maturato un linguaggio progettuale capace di indagare lo spazio come dispositivo narrativo. The Present Tense, la sua pratica interdisciplinare fondata nel 2025, opera all'intersezione tra arte, architettura e contesti agricoli, con l'obiettivo di influenzare la costruzione del reale attraverso un approccio critico, fisico e filosofico. Per ALTATTO, questo approccio si traduce in un ambiente pensato non semplicemente per ospitare il cibo, ma per valorizzarne l'esperienza: ogni volume, ogni superficie, ogni passaggio di luce partecipa attivamente alla narrazione. La collaborazione con le chef nasce da un'affinità profonda, un terreno comune dove la ricerca gastronomica condotta da ALTATTO e quella di Lorini sull'architettura e la cultura materiale si incontrano sui temi della memoria, della stagionalità e del gesto artigianale. Il risultato è uno spazio che non si rifugia nella nostalgia ma guarda al passato come risorsa critica per abitare il presente. La cucina, elemento fondante del progetto, è concepita fin dall'inizio come nucleo vivo attorno al quale si sviluppa tutto. Non separata, non nascosta, ma pienamente integrata all'ambiente in un gesto radicale di trasparenza. È un ribaltamento totale della concezione tradizionale del ristorante, dove la cucina è regno privato della brigata e la sala è il palcoscenico per gli ospiti. Qui invece ogni gesto della brigata diventa visibile, ogni preparazione partecipa all'esperienza di chi siede a tavola, trasformando l'atto del cucinare in performance involontaria ma potente. L'equilibrio tra forma e funzione, tra intimità e relazione è calibrato con precisione millimetrica: la cucina si apre alla sala senza invaderla, mantiene la sua identità funzionale senza rinunciare a diventare elemento estetico determinante.

Foto Federico Floriani

A rafforzare questo dialogo tra chi cucina e chi siede a tavola è il pass, elemento che nel progetto di Lorini assume un ruolo che va oltre la pura funzionalità. Concepito come presenza scultorea e simbolica, il pass è stato realizzato in gesso e fibre vegetali derivate da scarti agricoli, un richiamo diretto all'etica dell'autoproduzione e della stagionalità che caratterizzano la cucina di Cinzia e Sara. Modellato insieme all'artista Sara Ravelli, si ispira alle forme delle sculture in gesso del primo Novecento, fondendo estetica modernista e sostenibilità materica in un unico gesto architettonico. Non è decorazione applicata ma elemento strutturale che partecipa attivamente alla narrazione dello spazio, punto di passaggio fisico e concettuale tra il mondo della preparazione e quello della degustazione. Il progetto si sviluppa attorno a due tensioni complementari che attraversano ogni elemento del ristorante: da un lato un linguaggio che richiama il primo modernismo, con le sue forme essenziali e rigorose, dall'altro un immaginario rurale fatto di materiali organici, superfici irregolari e lavorazioni manuali. Questa dualità non è contraddizione ma ricchezza, capacità di tenere insieme apparenti opposti in un equilibrio dinamico. I pannelli in feltro di Woal realizzati dalla designer Maddalena Selvini in collaborazione con il Feltrificio Biellese ne sono esempio perfetto: suddividono la sala in tre ambienti distinti ma connessi, creando intimità senza chiudere, definendo zone senza frammentare. Il feltro come materiale porta con sé una storia di tradizione artigianale e al tempo stesso una contemporaneità tattile e acustica, assorbe il suono, scalda visivamente lo spazio, introduce morbidezza in un contesto altrimenti dominato da materiali più duri.

Foto Federico Floriani

Foto Federico Floriani

Tra gli elementi progettati ad hoc emerge la sedia sviluppata in collaborazione con Work In Design, realtà specializzata in allestimenti. Sintesi tra funzionalità e linguaggio visivo, la sedia si ispira al razionalismo del Bauhaus e al design milanese degli anni Cinquanta e Sessanta, periodi in cui Milano è stata laboratorio di sperimentazione formale e produttiva. Non citazione nostalgica ma reinterpretazione consapevole di un lessico che appartiene alla storia della città e del design italiano. Insieme ad altri elementi come le panche e i tavoli in ferro grezzo, contribuisce a creare un'atmosfera misurata, in equilibrio tra intimità domestica e dimensione più pubblica della convivialità. La collaborazione con Maddalena Selvini si estende oltre i pannelli di feltro, abbracciando anche la produzione di piatti, bicchieri e lampade realizzati in porcellana, utilizzando scarti di lavorazione della pietra ollare come base per nuove superfici e forme. Materiali come multistrato, ferro, alluminio, legno intagliato, lana e pietra si alternano in un lessico materico che racconta l'identità di ALTATTO attraverso le scelte progettuali: radicale nella volontà di portare la cucina al centro, delicata nell'attenzione ai dettagli e alle finiture, consapevole nel rapporto con la sostenibilità e il territorio. Non c'è ostentazione, non c'è decorativismo superfluo. Ogni materiale è scelto per le sue qualità intrinseche, per quello che può portare allo spazio in termini funzionali ed estetici. Il multistrato esposto senza impiallacciature, il ferro lasciato grezzo a sviluppare la sua patina naturale, l'alluminio utilizzato per la sua leggerezza strutturale, il legno intagliato a mano che porta i segni della lavorazione artigianale.

Foto Federico Floriani

Il nuovo ALTATTO rappresenta un caso interessante nel panorama della progettazione di spazi per la ristorazione perché non si limita a creare un contenitore bello per un'attività gastronomica. Costruisce invece un dialogo reale tra due discipline, cucina e architettura, che troppo spesso procedono parallele senza mai veramente incontrarsi. Qui l'incontro è reale perché nasce da un'affinità di visione tra le chef e il progettista, dalla condivisione di valori come l'attenzione alla stagionalità, il rispetto per il lavoro artigianale, la ricerca sulla materia e sui processi. Il ristorante diventa così luogo dove raccontare e condividere, dove il cibo si fa atto culturale e l'architettura diventa mezzo per amplificarne il senso. Non sono due esperienze separate, la gastronomica e la spaziale, ma un'unica esperienza integrata dove tutto comunica la stessa filosofia, gli stessi valori, la stessa attenzione al dettaglio e alla qualità del gesto.

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Ask og Eng: abitare come atto progettuale.