Cosa resta quando finisce la FOMO. Appunti dall’ultima design week.

Quest'anno ho attraversato la Design Week con un ritmo che fino all'edizione precedente non avrei mai considerato possibile, cinque progetti al giorno, o poco più, per sette giorni, perché oltre a guardare le cose e parlare con le persone avevo bisogno di tempo per pensare, e il pensiero si costruisce solo nelle pause. È stato, paradossalmente, il mio fuorisalone più denso, grazie alla possibilità di osservare che la fretta e gli impegni degli anni passati non concedevano. È anche  la prima volta dopo diversi anni che attraverso la settimana da una posizione di fruitrice e non di chi presenta un proprio progetto fisico, con il privilegio di accessi senza fila e press preview che mi hanno permesso di entrare diversamente, e questo va detto, perché l'angolo da cui si guarda definisce sempre quello che si vede. 

La cosa più nitida che mi porto a casa è  la sensazione che la FOMO sia sfumata. Le file della moda, gli sgabelli gratis, gli spazi troppo pieni, i nomi che ogni anno emergevano sopra gli altri, quest'anno mancavano o erano enormemente ridimensionati.

Quando ho cominciato a scriverne, ho pensato fosse una percezione mia. Poi, leggendo in giro, ho capito che la diagnosi sta attraversando il discorso pubblico sul design in modo trasversale. Dezeen ha pubblicato un reportage in cui designer e studi locali raccontano una scena milanese in trasformazione, viva fuori dalla sola settimana, ma con crepe evidenti sull'accessibilità per i più giovani. The Thing Magazine, dalla Germania, è arrivato a una posizione più radicale con il rant di Jasmin Jouhar, "Milan Luxury Week", che legge la Design Week come spettacolo raffinato di esclusione e che riassume il problema in una frase che mi ha colpita, "resta poco spazio tra Ikea e la villa". NSS Magazine, in Italia, propone una lettura più economica e meno ideologica, sostiene che la crisi dei conglomerati del lusso del primo trimestre 2026 ha costretto i grandi brand a ridimensionarsi, a tornare nei loro store, a parlare solo alla propria gente, e che proprio per questo l'edizione 2026 è stata, paradossalmente, più misurata. Andrea Pedulli, con un carosello molto onesto, propone ai designer una via in tre punti per uscire da quello che lui chiama "effetto Etro", mostrare il processo, investire in ricerca, riportare il craft al centro. Voci e geografie diverse ma una diagnosi convergente, qualcosa è cambiato e non è più ignorabile.

Dentro questa cornice, l'osservazione più nitida che mi è rimasta riguarda due mostre che ho visto a poca distanza e che ho letto come l'una il rovescio dell'altra. Archivio Italia, il nuovo progetto di Vanity Fair dedicato alle storie umane nel mondo dell’artigianato dichiarava di voler rompere con la parola lusso e portare a galla l'eccellenza italiana, e l'intento era giusto, la location interessante, la ricerca dei brand pure, ma il risultato finale resta un design da piedistallo, pensato per pochi, con un gusto che fatica a dialogare con il presente. Da Ikea, dove sono entrata fuori programma, ho avuto la sensazione opposta, e ragionando ad alta voce mi sono accorta che pensiamo sempre all’ Ikea democratica per il prezzo, mentre Ikea è democratica soprattutto per il metodo, per la ricerca quotidiana sulle persone, per la capacità di mettere in scena la vita di tutti i giorni.

Entrambi i progetti dichiaravano di voler mettere al centro le persone, ma da Archivio Italia  erano le persone che il design lo fanno, da Ikea le persone che il design lo vivono, e mentre il primo allontana, il secondo avvicina. È una distinzione che mi sembra il cuore politico di questa edizione.

IKEA Food For Thought

Archivio Italia

"Balanced Principles – Visions of Wegner"

Il tema della casa, per fortuna continua ad evolversi, quasi a diventare centrale. Ho avuto modo di visitare e approfondire diversi spazi domestici soffermandomi sui diversi significati attribuiti oggi alla progettazione di un interno. Abbiamo già parlato di RedDuo e Garçonnière  ma spero abbiate avuto modo di salire al terzo piano di via Solferino. Carl Hansen sceglie  una casa vera, con la sua graniglia originale e la sua luce milanese, per raccontare Hans J. Wegner non come icona ma come uomo che intagliava il legno con i coltelli del padre prima ancora di essere un designer. 

Gucci Memoria

Sulla moda dentro al design non è più tempo di girarci intorno. Nel 2019 le maison al Fuorisalone erano una presenza marginale, nel 2025 hanno raggiunto il picco con oltre quaranta case che hanno allestito eventi, e nel 2026 il calendario ufficiale della Camera Nazionale della Moda ne registra più di cinquanta tra presentazioni, installazioni ed eventi speciali. Lo scorso anno la moda ha rappresentato oltre la metà della conversazione social sull'intera Design Week, contro un terzo scarso del design, e quest'anno la tendenza si è solo consolidata, con H&M Home a Palazzo Acerbi, Arket al Giardino delle Arti, Zara alla Palazzina Appiani, oltre ai grandi nomi del lusso. Sono dati che parlano da soli, e che dicono una cosa che chi mi segue da tempo sa, perché ne scrivo da anni: nessuno nel design voleva la moda dentro al Fuorisalone, qualcuno l'ha lasciata entrare per ragioni economiche e istituzionali, e adesso ce la troviamo dentro, con o senza la nostra approvazione. Il problema vero non è la moda in sé, è che il design italiano ha smesso di parlare la lingua del proprio tempo e si è fatto superare in casa propria da un settore più aggiornato, più strutturato, più disposto a investire in posizionamento. Finché i brand di design continueranno a presentarsi al Fuorisalone con strumenti del decennio scorso, lo spazio lo prenderà chi ha imparato a usare quelli di adesso.

E qui apro un accenno che riprenderò più avanti su Trend Room. La Design Week 2026 è stata anche una settimana in cui ho percepito un appiattimento creativo evidente, stand simili tra loro, palette ripetute, pochi trend distinti che venivano poi sviluppati da molti, e una proliferazione di formati collettivi che da un lato fanno una cosa giusta sul piano economico, perché abbassano la soglia di accesso per i giovani designer, ma dall'altro espongono un problema strutturale di curatela, tante cose vicine senza un percorso che le tenga insieme. La fine dei designer da piedistallo, che è un fatto positivo, sta oggi convivendo con un'orizzontalità che non ha ancora trovato il suo metodo. Sui materiali e sulle palette ho registrato poche cose nuove, l'acciaio diffuso, il legno scuro, le forme morbide nei divani con texture corpose, la lavorazione bold sui complementi, e poi un ritorno al vintage piuttosto pronunciato, verde oliva, senape, terracotta scuro, riferimenti agli anni Settanta leggibili anche nelle riedizioni di archivio, tra cui quella dii Ligne Roset.

Quando finisce la FOMO, dunque, cosa resta. Resta una Design Week più silenziosa e più leggibile. Resta un design italiano che snza quel rumore non ha più niente dietro cui nascondersi e che, se vorrà tornare a essere centrale nella settimana che porta il suo nome, dovrà smettere di lamentarsi che la moda ha invaso il campo e iniziare a chiedersi perché il campo l'ha lasciato libero. Resta una città talmente attrattiva che chiunque abbia un negozio, una vetrina, uno spazio anche minimo prova a infilarci dentro qualcosa per essere presente, e in mezzo a questa proliferazione restano collettivi, piattaforme, spazi nuovi che ancora non sanno cosa vogliono dire, e che troppo spesso si limitano a metterci dentro qualcuno e accendere la luce. E resta, per chi questa settimana la vuole vivere davvero, una sola strada possibile, imparare a selezionare, costruirsi percorsi, scegliere i pochi progetti che parlano al proprio modo di guardare le cose e lasciare le giostre ai turisti del paese dei balocchi. Perché alla fine la parola sulla quale tutto questo si gioca è una sola, ed è curatela, e vale tanto per chi la Design Week la organizza quanto per chi la attraversa.

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Perché alla moda piace tanto il design (e viceversa).