Dal pulito perfetto allo sporco sovrailluminato. L’imperfezione come nuovo linguaggio fotografico.

Negli ultimi anni la fotografia — tra design, moda e cultura visiva — sta attraversando un cambiamento profondo. Un cambio che non riguarda semplicemente lo stile, ma il ruolo stesso dell’immagine. Alla fotografia immacolata, controllata, levigata fino a diventare superficie pubblicitaria, si sta progressivamente sostituendo un linguaggio visivo più instabile: immagini sovrailluminate, imperfette, a volte volutamente “sporche”, spesso emotivamente distanti. Non si tratta di una moda né di un ritorno nostalgico a tecniche obsolete. È piuttosto il segnale di una stanchezza culturale verso la perfezione e, insieme, di un bisogno crescente di credibilità. In un ecosistema visivo saturo di immagini performative — costruite per convincere, sedurre, vendere — l’imperfezione diventa un valore. Non perché più autentica in senso assoluto, ma perché meno rassicurante, quindi più onesta. Per decenni, soprattutto nel mondo del design e dell’interior, la fotografia ha svolto una funzione precisa: rendere desiderabile uno spazio attraverso ordine, controllo, armonia. L’immagine perfetta prometteva un’idea di benessere e stabilità, un modello aspirazionale in cui l’abitare coincideva con il dominio estetico dello spazio. Oggi quella promessa appare fragile. La fotografia senza difetti viene sempre più spesso percepita come artificio, come costruzione distante dalla vita reale. Superfici troppo pulite, luci impeccabili, composizioni irreprensibili non comunicano più comfort, ma finzione. In questo contesto, emergono immagini che rinunciano al controllo totale e introducono segnali di realtà: prospettive irregolari, luce non bilanciata, sovraesposizioni, texture visibili, piccoli errori. L’estetica imperfetta non nasce quindi dal gusto per l’errore, ma dalla necessità di ridare all’immagine una funzione testimoniale. Non più “guarda quanto è perfetto”, ma “è così che esiste”.

THE NEW ERA MAGAZINE

Quando l’interior smette di essere un set.

Questo cambiamento diventa particolarmente evidente nella fotografia di interni, un ambito storicamente dominato dall’ideale di perfezione. Negli ultimi anni, alcune realtà editoriali hanno anticipato e accompagnato questo spostamento, rifiutando l’interior come set aspirazionale e trattandolo invece come condizione vissuta. Tra i primi segnali di questo cambio di sguardo c’è The New Era Magazine, progetto editoriale nato a Stoccolma e dedicato a interior, design, artigianato e cultura visiva nordica.
Nel modo in cui racconta gli spazi, The New Era si allontana dalla fotografia dimostrativa. Le immagini non cercano l’icona né la sintesi formale: cercano una temperatura. Gli interni appaiono curati ma non idealizzati, ordinati ma non sterilizzati. La luce spesso naturale, a volte imperfetta, non enfatizza ma accompagna. Qui l’immagine non spiega lo spazio, lo lascia essere. L’interno non viene messo in scena come risultato finale, ma come processo in corso. Questa attitudine introduce una distanza sottile: lo spazio non è lì per rassicurare, ma per esistere indipendentemente dallo sguardo di chi osserva. È una fotografia che rinuncia alla seduzione immediata per guadagnare credibilità.

APARTAMENTO

Se The New Era rappresenta un primo scarto dal linguaggio dominante, Apartamento incarna una presa di posizione ancora più radicale. Nato come magazine indipendente, Apartamento ha progressivamente ridefinito l’immaginario dell’interior design, opponendosi a un’idea di casa come luogo perfettamente orchestrato. In Apartamento, la fotografia non serve a costruire desiderio, ma a registrare una condizione. Le case non sono mai completamente “finite”: i letti sono disfatti, i tavoli portano segni di vita, gli oggetti si accumulano senza essere nobilitati dallo styling. L’imperfezione non è un effetto, ma una scelta editoriale consapevole. Questo rifiuto dell’estetica pristine non è solo visivo, ma profondamente culturale. L’interior design mainstream ha spesso promosso spazi talmente perfetti da risultare disabitabili, ambienti in cui la presenza umana appare come un disturbo. Apartamento ribalta questa logica: la vita non viene eliminata dall’immagine, ma diventa il suo contenuto principale.  Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Apartamento è il modo in cui l’interior viene trattato come ritratto indiretto. Non importa tanto chi abita lo spazio — spesso le persone non compaiono nemmeno nell’inquadratura — quanto ciò che lo spazio racconta di loro. Gli oggetti, le scelte cromatiche, il disordine, le tracce di uso diventano indicatori di una personalità, di un tempo vissuto, di una fragilità.La fotografia non documenta in senso neutro: suggerisce, allude, lascia zone d’ombra. È un’immagine che trattiene informazioni, che non si offre come soluzione visiva completa. Questa reticenza è centrale per comprendere il suo valore: lo spazio non è lì per essere consumato, ma per essere interpretato. In questo senso, Apartamento anticipa una concezione dell’estetica imperfetta profondamente legata al sad design: non c’è volontà di consolare, né di idealizzare. L’immagine riconosce che l’abitare è fatto anche di incoerenze, di stanchezza, di stratificazioni emotive.

Martin Brusewitz

Martin Brusewitz

Il lavoro di Martin Brusewitz radicalizza ulteriormente questo linguaggio. Le sue immagini non documentano la vita domestica né la celebrano. Mettono in scena l’ordinario come qualcosa di leggermente estraneo. La luce è frontale, dura, spesso sovraesposta; invece di creare atmosfera, appiattisce lo spazio. Gli ambienti appaiono reali ma emotivamente neutri. Gli oggetti non sono protagonisti, né decorativi: sono presenze immobili, quasi inerti. La composizione sembra casuale, ma è profondamente intenzionale. Nulla è valorizzato, nulla è spiegato. Lo spazio non accoglie lo sguardo, lo respinge con educazione. In Brusewitz, la casa non è rifugio né aspirazione: è una superficie su cui si manifesta una distanza. L’imperfezione non è tecnica, ma relazionale. L’immagine non cerca empatia.

È a questo punto che il discorso si sposta dall’interior all’oggetto, e che le immagini realizzate da Martha Thisner per Joy Objects diventano centrali. Le sedie fotografate da Thisner non sono inserite in ambienti domestici idealizzati, né raccontate attraverso una narrazione d’uso. Al contrario, vengono collocate in spazi funzionali, quasi anonimi: laboratori, aule, superfici piastrellate. La luce è fredda, piatta, non emozionale. L’inquadratura è frontale, dichiarativa. L’oggetto non viene valorizzato: viene esposto senza protezione simbolica. Queste immagini non chiedono allo spettatore di desiderare l’oggetto, ma di confrontarsi con la sua presenza. La sedia non promette comfort, non suggerisce uno stile di vita, non costruisce un immaginario. È lì, leggermente fuori posto, priva di contesto narrativo. Qui l’estetica imperfetta si sposta su un piano semantico: l’oggetto non “funziona” più come immagine di design. Diventa ambiguo, vulnerabile, quasi scomodo. La fotografia non lavora per rendere il design desiderabile, ma per neutralizzarne la retorica. Questo passaggio è cruciale: l’imperfezione non riguarda più lo spazio o la luce, ma il significato stesso dell’oggetto.

Joy Objects - Ph Marta Thisner

Il diffondersi di questo linguaggio risponde a una tensione profonda del presente. In un contesto visivo dominato dall’ottimizzazione, dalla simulazione e dalla performance, l’immagine che non risolve diventa un atto di resistenza silenziosa.

L’imperfezione introduce tempo, attrito, dubbio. Chiede allo spettatore di sostare. Non si consuma immediatamente. In questo senso, non è un ritorno al reale, ma una presa di distanza dalla sua rappresentazione spettacolare. Il lavoro di Karman Verdi chiude questo percorso spostando il discorso su un piano ancora più emotivo. In There Are So Many Ghosts at My Spot, lo spazio domestico diventa un luogo abitato da presenze immaginate, ingombri emotivi che rendono visibile l’assenza.

Qui la casa non è più solo neutra o imperfetta: è psicologicamente carica. I gesti quotidiani convivono con elementi disturbanti che occupano lo spazio senza spiegarsi. L’immagine non racconta una storia, ma una condizione.

Joy Objects - Ph Marta Thisner

Karman Verdi

Joy Objects - Ph Marta Thisner

Karman Verdi

L’estetica imperfetta che attraversa oggi la fotografia contemporanea non è una tendenza visiva, ma una mutazione del linguaggio. L’immagine smette di promettere e comincia a registrare. Rinuncia alla perfezione non per sembrare più autentica, ma per sottrarsi alla logica della simulazione. Nel design, come nella fotografia, non chiediamo più alle immagini di rassicurarci. Chiediamo loro di restare, di non risolvere, di dire qualcosa sulla nostra condizione presente. Ed è forse qui che l’imperfezione trova il suo senso più profondo: non come stile, ma come forma di onestà.

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